<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><rss version="2.0"><channel><title>Un po' di Storia</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/it/categoria-blogpost/blog/un-po-di-storia</link><description>Un po' di Storia</description><item><title>La "Strada dei morti", da Novalesa a Cumiana tra leggenda e realtà</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/la-strada-dei-morti-da-novalesa-a-cumiana-tra-leggenda-e-realta</link><description>&lt;p&gt;L&amp;rsquo;&lt;strong&gt;Abbazia dei Santi Pietro e Andrea di Novalesa&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;fu fondata da Abbone il 30 gennaio 726, 1300 anni fa. Le vicende pi&amp;ugrave; antiche dell&amp;rsquo;abbazia sono documentate nel&amp;nbsp;&lt;em&gt;Cronichon Novalicense&lt;/em&gt;, ma &lt;strong&gt;un inaspettato collegamento tra Novalesa e Cumiana&lt;/strong&gt; &amp;egrave; svelato da un&amp;nbsp;documento dell&amp;rsquo;810, minuziosamente studiato da &lt;strong&gt;Flavia Negro&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;e pubblicato nel 2011 nel libro &lt;em&gt;"Cumiana medievale",&lt;/em&gt; curato da Alessandro Barbero.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;h4&gt;Leggi anche:&amp;nbsp;&lt;a href="https://www.laboratorioaltevalli.it/blog/un-po-di-storia/il-chronicon-novaliciense-la-prima-opera-estesa-forma-di-rotulo-della"&gt;Il "Chronicon Novaliciense", la prima opera estesa (in forma di rotulo) della letteratura italiana&lt;/a&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Una coppia di alamanni, Teutcario e la moglie Ricarda, immigrati a Cumiana, nell&amp;rsquo;810 decise di donare al monastero della Novalesa gli ampi possedimenti che Teutcario deteneva nel luogo. In quell&amp;rsquo;occasione venne redatta una pergamena, la cosiddetta &lt;strong&gt;donazione di Teutcario&lt;/strong&gt;, che costituisce la prima citazione scritta del paese e degli abitanti di Cumiana: &lt;em&gt;&amp;laquo;Ego Teutcario alamanno qui sum abitator hic in finibus Taurina et in villa qui dicitur Quomoviana &amp;hellip;&amp;raquo;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2026/810-Donazione-Teutcario-Archivio-di-Stato-di-Torino.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Aprile 810,&amp;nbsp;donazione di Teutcario.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt; Teutcario Alamanno fa donazione all&amp;rsquo;abbazia della Novalesa di quanto possiede in Cumiana, in case, edifizi e terre, da Montegrosso fino alla pietra dei Bicciati, per salute dell&amp;rsquo;anima sua e di Riccarda sua moglie. Questa pergamena offre l&amp;rsquo;esempio di un&amp;nbsp;atto di giurisdizione privata. Dal punto di vista paleografico, questo documento &amp;egrave; notevole per la bella minuscola tondo-romana e sotto l&amp;rsquo;aspetto storico, come ricordo della dominazione franca succeduta a quella longobarda. L&amp;rsquo;incipit recita infatti: &amp;laquo;[&amp;hellip;]&amp;nbsp;regnantes domni nostro Carolo&amp;nbsp;(Carlo Magno)&amp;nbsp;et Pipino precellsi reges hic in etalia&amp;nbsp;(Italia)&amp;raquo;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;una prevostura collegata con novalesa&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Dopo la donazione, &lt;strong&gt;i monaci stabilirono una prevostura&lt;/strong&gt; (piccolo centro monastico dipendente dall&amp;rsquo;abbazia) &lt;strong&gt;nel territorio di Cumiana&lt;/strong&gt;. Questa prevostura rimase attiva fino al XIV secolo ed era probabilmente situata nell&amp;rsquo;area dove sorge oggi la chiesa di &lt;strong&gt;Santa Maria della Motta&lt;/strong&gt;, dichiarata &amp;ldquo;antichissima&amp;rdquo; in un documento del 1407, ma completamente rifatta in et&amp;agrave; barocca, come conferma la pianta ellittica, la seconda pi&amp;ugrave; grande del Piemonte dopo il Santuario di Vicoforte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Al IX secolo, epoca della donazione di Teutcario, risale &lt;strong&gt;il campanile della frazione Costa&lt;/strong&gt;, che &amp;egrave; quanto rimane di una chiesa antichissima, sostituita nel Settecento dall&amp;rsquo;attuale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2026/san-gervasio-e-campanile-e-cimitero-da-FB-Marco-Comello.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Immagine d&amp;rsquo;epoca del complesso di San Gervasio alla Costa di Cumiana.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il campanile &amp;egrave; fra i pi&amp;ugrave; antichi monumenti del Pinerolese. &amp;Egrave; quadrato, di forme romaniche semplicissime, aperto alla sommit&amp;agrave; da quattro monofore ad arco, in corrispondenza della cella campanaria. La chiesa e il campanile di San Gervasio sorgono in posizione elevata e distante dal centro della frazione Costa e &lt;strong&gt;potrebbero far pensare ad una struttura monastica medievale&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In queste normalmente erano presenti sia un piccolo cimitero che sepolture dei religiosi locali e talvolta tombe di benefattori o nobili legati al monastero. E a fianco della chiesa si apre appunto il cimitero, ritenuto fra i pi&amp;ugrave; antichi del Piemonte. Qui giunge la&amp;nbsp;&lt;em&gt;&lt;strong&gt;Stra&amp;rsquo; dij mort&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;,&amp;nbsp;&lt;em&gt;Strada dei morti&lt;/em&gt;, singolare percorso che nel passato avrebbe collegato la Val Susa al cimitero.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2026/San-Gervasio-a-Costa-cimitero.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Abside della chiesa di San Gervasio, eretta nel Settecento.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Addossato alla chiesa &amp;egrave; il cimitero attuale, probabilmente su quello paleocristiano, coevo del campanile protoromanico sopravvissuto e punto d&amp;rsquo;arrivo della&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Stra&amp;rsquo; di Mort&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;che lo collegava alla Abbazia di Novalesa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per questo sentiero &amp;ndash; secondo la leggenda, poich&amp;eacute; &lt;strong&gt;non esistono fonti documentarie&lt;/strong&gt; &amp;ndash; venivano trasportate le salme dei monaci novalicensi per avere una degna sepoltura, secondo l&amp;rsquo;ipotesi avanzata da &lt;em&gt;Diego Priolo e Gian Vittorio Avondo&lt;/em&gt; in &lt;em&gt;&amp;ldquo;Leggende e tradizioni del Pinerolese&amp;rdquo;&lt;/em&gt;, CDA, Pinerolo, 1998.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le origini del percorso sono medievali, risalgono a prima dell&amp;rsquo;anno 1000, forse quando i Saraceni invasero la valle di Susa, devastando Oulx e Brian&amp;ccedil;on e distruggendo nel 906 l&amp;rsquo;Abbazia di Novalesa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il cimitero di San Gervasio, uno dei primi cimiteri cristiani della zona, accolse le spoglie di Monaci e Nobili che qui vennero portati attraverso un lungo cammino che si snoda in quota. Se sia veramente accaduto, se sia stato un fatto episodico o parte di una mesta usanza consolidata non &amp;egrave; dato sapere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2026/mappa-cammino-principi-morti.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Stra&amp;rsquo; di Mort&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Tracciato approssimativo del lungo cammino che da Novalesa sale in quota all&amp;rsquo;alpe Toglie, a Piansignore e al Pian dell&amp;rsquo;Orso. Scende poi nella valle dell&amp;rsquo;Indiritto, attraversa la val Sangone e sale alla Colletta. Il sentiero, nel tratto cumianese, si snoda attraverso le localit&amp;agrave;: Fiola, Bianchi, Canali Alti, Dagheri, Burdini, Canali Bassi, Cioccheria, Gonteri, Oreglia. Arriva ai Castelli della Costa per concludersi a San Gervasio. L&amp;rsquo;itinerario si sviluppa a mezzacosta e sembra ricalcare un tracciato utilizzato in tempi antichissimi, quando uomini e muli preferivano attraversare monti e valli pi&amp;ugrave; sicuri delle infide pianure.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;una leggenda o una realt&amp;agrave; storica?&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La leggenda, o meglio l&amp;rsquo;ipotesi, della sepoltura dei monaci novalicensi alla Costa non &amp;egrave; supportata da documenti diretti, ma la tradizione popolare di solito ha dei fondamenti storici e la dipendenza di Cumiana dall&amp;rsquo;Abbazia della Novalesa fin dall&amp;rsquo;810 &amp;egrave; comprovata.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo studio della dottoressa &lt;strong&gt;Anna Maria Capozza Gambino&lt;/strong&gt; (pubblicato nel 2017 su&amp;nbsp;&lt;em&gt;Storia e storie&lt;/em&gt;, rivista della&amp;nbsp;&lt;em&gt;Associazione storica cumianese&amp;nbsp;Roch &amp;Uuml;ss&lt;/em&gt;), ritenendo poco probabile che i primi cristiani e poi i monaci novalicensi si sottoponessero a un percorso lungo e impervio per le loro sepolture, avanza un&amp;rsquo;ipotesi interessante, collegando il percorso alla rete di capisaldi longobardi pedemontani, di cui Cumiana faceva parte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La denominazione di &amp;ldquo;Strada dei morti&amp;rdquo; risalirebbe al 774, alla famosa battaglia delle Chiuse, vinta da Carlo Magno sui longobardi guidati da Adelchi e Desiderio. In fuga con morti e feriti i longobardi sconfitti avrebbero cercato di ritornare alle loro case:&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;La leggenda della &amp;ldquo;strada dei morti&amp;rdquo; cos&amp;igrave; come giunta sino a noi &amp;egrave; da considerare &amp;ldquo;pro nihilo habenda&amp;rdquo; (priva di valore) affermerebbe Paolo Diacono; ha dell&amp;rsquo;inverosimile se ci si sofferma appena sul perch&amp;eacute; i primi cristiani della Valle di Susa, praticanti in segreto la nuova religione, volessero seppellire i loro morti nel lontano cimitero di Cumiana affrontando disagevoli sentieri di montagna ed esponendosi al rischio di essere scoperti, anche in piena notte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa leggenda &amp;ndash; che si fonda presumibilmente sull&amp;rsquo;esistenza in Cumiana di un luogo speciale di culto e di un annesso sacrale luogo di seppellimento dei defunti orientata opportunamente su dati reali quali potrebbero essere stati l&amp;rsquo;importanza del sito fin da epoca remota, la prossimit&amp;agrave; a stanziamenti militari in permanente assetto di guerra su &amp;lsquo;confini di stato&amp;rsquo;, l&amp;rsquo;immane disastro delle Chiuse cui avevano fatto seguito profondi rivolgimenti politici e sociali su scala europea, fornisce con naturalezza la probabile chiave di lettura di una tragedia di popolo impossibile da raccontare, con decine o centinaia di morti che dalla Valle di Susa &amp;ldquo;attraverso alla Colletta e alla Ciucria, si dirigevano nelle vicinanze dei Gonteri, oltrepassavano la borgata Vola e il Tussiot per giungere a S. Gervaso. &amp;ldquo;Ancor oggi precisa il Grosso questa specie di mulattiera &amp;egrave; detta la &amp;ldquo;Strada dei morti&amp;rdquo;; e come tale si spera continui ad essere tramandata ai posteri, senza commistioni con le pur tradizionali &amp;ldquo;masche&amp;rdquo;. Il sentiero, tuttora praticabile, &amp;egrave; indicato nei catasti come &amp;ldquo;strada vecchia di Giaveno&amp;rdquo;.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;(cfr.&amp;nbsp;il saggio integrale di &lt;strong&gt;Anna Maria Capozza&lt;/strong&gt;,&amp;nbsp;&lt;em&gt;La &amp;ldquo;Strada dei morti&amp;rdquo;, da mito a possibile realt&amp;agrave;&lt;/em&gt;, 2017)&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Un nome che evoca fatti tragici, tante ipotesi, ma soprattutto un sentiero che esiste ancora e che, almeno in territorio cumianese, &amp;egrave;&amp;nbsp;dettagliatamente descritto dalla Sezione CAI locale. Piacevole e interessante percorrerlo oggi in serenit&amp;agrave;, sulle orme dei nostri antenati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;chi era San Gervasio?&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;I&amp;nbsp;Santi &lt;strong&gt;Gervasio e Protasio&lt;/strong&gt;, detti anche Gervaso e Protaso (II secolo; &amp;dagger;&amp;nbsp;III secolo) erano fratelli gemelli milanesi, venerati come martiri. Il padre Vitale mor&amp;igrave; a Ravenna, dove gli fu dedicata una splendida basilica. Pochissimo si sa della loro vita e del loro martirio (Gervasio flagellato, Protasio decapitato)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I loro corpi furono ritrovati il&amp;nbsp;17 giugno&amp;nbsp;386&amp;nbsp;nell&amp;rsquo;antica zona cimiteriale di Milano, per iniziativa del vescovo Ambrogio. Il&amp;nbsp;19 giugno&amp;nbsp;Ambrogio consacr&amp;ograve; ufficialmente la chiesa attualmente intitolata a lui, con l&amp;rsquo;elezione a santi di Gervasio e Protasio e con la deposizione delle loro reliquie in un grande loculo sotto l&amp;rsquo;altare della Basilica stessa, dove alla morte venne deposto anche Sant&amp;rsquo;Ambrogio. In seguito le salme vennero traslate in un&amp;rsquo;urna di porfido. La ricognizione del 1871&amp;nbsp;vi trov&amp;ograve; 3 scheletri che furono attribuiti ad Ambrogio, Gervasio e Protasio e ricollocati nel 1874 in una nuova preziosa teca.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2026/SantAmbrogio_Cript_in_Basilica_of_SantAmbrogio_Milan-Gervasio.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div class="entry-body htmltext-style"&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;h4&gt;&lt;strong&gt;Continua al leggere sul sito "Scuola Guido":&lt;span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;a href="https://scuolaguido.altervista.org/un-funerale-lungo-60-km-per-i-monaci-di-novalesa-sepolti-a-cumiana/" target="_blank" rel="noopener"&gt;Un funerale lungo 60 km per i monaci di Novalesa sepolti a Cumiana&lt;/a&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="entry-author mt-3"&gt;&lt;/div&gt;</description><pubDate>Wed, 29 Apr 2026 09:32:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/la-strada-dei-morti-da-novalesa-a-cumiana-tra-leggenda-e-realta</guid></item><item><title>La ferrovia Fell da Susa a St. Jean de Maurienne: due anni di lavori e soltanto tre di attività</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/la-ferrovia-fell-da-susa-st-jean-de-maurienne-due-anni-di-lavori-e-soltanto</link><description>&lt;p&gt;Un brevetto originale, gallerie e strutture protettive, due anni di lavoro in alta montagna: inaugurata il 15 giugno 1868 la ferrovia Fell da Susa a St. Jean de Maurienne rest&amp;ograve; in esercizio per appena tre anni, fino al&lt;b&gt; primo novembre 1871&lt;/b&gt;&lt;b&gt;.&lt;/b&gt; Vi raccontiamo la storia di questo effimero capolavoro di ingegneria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dopo la costruzione della &lt;b&gt;strada napoleonica&lt;/b&gt;, dal 1803 al 1810, che fu la prima carrozzabile di montagna, il Moncenisio era diventato uno dei passi pi&amp;ugrave; frequentati delle Alpi, con &lt;b&gt;pi&amp;ugrave; di 40.000 transiti all&amp;rsquo;anno&lt;/b&gt;, anche se in inverno sovente il traffico era ostacolato e talvolta interrotto dalle nevicate.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I Savoia, appena consolidato il loro potere al di qua delle Alpi, per migliorare i trasporti decisero la realizzazione del &lt;b&gt;traforo ferroviario del Frejus&lt;/b&gt;. I lavori, iniziati nel 1857, procedevano per&amp;ograve; pi&amp;ugrave; lentamente del previsto, mentre il traffico stradale attraverso il valico aumentava sempre di pi&amp;ugrave;.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;h4&gt;&lt;strong&gt;LEGGI ANCHE:&amp;nbsp;&lt;a href="/blog/un-po-di-storia/il-valico-del-moncenisio-nei-secoli-dalla-strada-reale-quella-napoleonica" hreflang="it"&gt;Il Moncenisio nei secoli: dalla Strada Reale a quella Napoleonica&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;L&amp;rsquo;ingegnere londinese &lt;b&gt;John B. Fell&lt;/b&gt; aveva progettato e diretto la costruzione di ferrovie con una terza rotaia centrale sopraelevata, che veniva serrata fra apposite ruote motrici parallele al piano del ferro. Al &lt;b&gt;re Vittorio Emanuele II&lt;/b&gt; venne proposta l&amp;rsquo;installazione di una ferrovia di questo genere, gi&amp;agrave; presente nel Derbyshire, per la costruzione di una linea ferroviaria provvisoria attraverso il Colle del Moncenisio, in attesa che fossero completati i lavori del traforo del Frejus.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Trenino Fell in partenza dalla stazione di Susa.jpg" border="0" alt="Trenino Fell in partenza dalla stazione di Susa" data-entity-type="file" data-entity-uuid="1dca1faf-dff9-47ed-bba6-0f1103f1a44a" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;Trenino Fell in partenza dalla stazione di Susa.&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;La ferrovia Fell: due anni di costruzione, tre di attivit&amp;agrave;&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Qualche anno dopo si decise di costituire una societ&amp;agrave; privata (&lt;i&gt;Mont-Cenis Railway,&lt;/i&gt; con capitale di 12.500 sterline) per il &lt;b&gt;collegamento fra Susa e St. Jean de Maurienne.&lt;/b&gt; Nel 1865 Fell fece, con pieno successo, una dimostrazione pratica del suo sistema ferroviario sulle rampe della strada napoleonica, costruendo 2 km di linea, nei pressi della casa di ricovero XXIII.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Napoleone III&lt;/b&gt; eman&amp;ograve; un decreto che consentiva alla societ&amp;agrave; inglese di costruire la ferrovia sulla strada imperiale N. 6 da St. Jean de Maurienne e il confine con l&amp;rsquo;Italia; poco dopo anche il Piemonte eman&amp;ograve; un regio decreto relativamente alla strada da Susa alla frontiera.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le convenzioni prevedevano che i costruttori dovevano costruire la linea a loro spese, rischio e pericolo, e che &lt;b&gt;dovevano smantellarla&lt;/b&gt; dopo l&amp;rsquo;entrata in esercizio della ferrovia del Frejus. I lavori di costruzione della linea iniziarono il 1 maggio 1866 e terminarono nell&amp;rsquo;agosto 1867 con la posa di 77 km di linea a binario unico, di cui 46 con la terza rotaia: la linea venne aperta al traffico il 15 giugno del 1868.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Il dislivello tra Susa e il Colle &amp;egrave; di 1588 m&lt;/b&gt;, e dal lato di Lanslebourg di 1360. Per la maggior parte del percorso la linea utilizzava una parte della massicciata stradale, discostandosi in alcuni tratti su sede propria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per &lt;b&gt;il superamento del dislivello fra la Piana San Nicolao e la Grand Croix&lt;/b&gt;, siccome a causa dei tornanti la strada avrebbe dato dei problemi, si decise per il piano inclinato a mezza costa del versante destro orografico del vallone. Furono scavate sette gallerie nella roccia, costruite tre in muratura, e oltre 8 km di ripari con gallerie in legno e lamiera, alcuni viadotti e le stazioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Ferrovia Fell - Pilloud.jpg" border="0" alt="La ferrovia Fell in un'immagine d'epoca. Siamo in cima alle &amp;quot;scale&amp;quot; che portano alla Gran Croce (Gilbert Pilloud)" data-entity-type="file" data-entity-uuid="8b6031e2-e5d1-43a7-96de-d9e7b0547255" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;La ferrovia Fell in un'immagine d'epoca. Siamo in cima alle "scale" che portano alla Gran Croce. La ferrovia si vede uscire dalla galleria a sinistra e poi costeggiare la strada napoleonica (Archivio Gilbert Pilloud).&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si dovettero costruire anche i &lt;b&gt;passaggi a livello&lt;/b&gt; nei punti in cui la linea ferroviaria attraversava la strada e i relativi caselli, piccoli edifici in pietra di 4 metri di lato (sul versante italiano ne esistono ancora tre, utilizzati come depositi dall&amp;rsquo;ANAS).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nei tratti ripidi e nelle curve vi era anche &lt;b&gt;la terza rotaia&lt;/b&gt;, sopraelevata di 20 cm e costituita da un profilo simmetrico a doppio fungo, con superfici di rotolamento verticale. Questo sistema di incremento artificiale dell&amp;rsquo;aderenza ruota-rotaia permetteva di superare forti pendenze (al Moncenisio la massima &amp;egrave; dell&amp;rsquo;83&amp;permil;) e curve molto strette &amp;ndash; di raggio inferiore a 100 metri &amp;ndash; senza pericolo di deragliamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le locomotive erano dotate di due assi motori e portanti con ruote verticali, e due coppie di ruote motrici orizzontali contrapposte, che venivano premute contro la rotaia centrale mediante un comando a volante azionato dal macchinista grazie all&amp;rsquo;azione di robuste molle. La locomotiva aveva una cabina aperta, nella quale vi erano &lt;b&gt;il fuochista&lt;/b&gt; &amp;ndash; che doveva alimentare continuamente la caldaia, piccola ma di grande potenza &amp;ndash; e &lt;b&gt;il macchinista&lt;/b&gt; &amp;ndash; che doveva regolare la velocit&amp;agrave;, coordinare le frenate, prevenire gli slittamenti e inserire o disinserire le ruote motrici orizzontali. Entrambi rischiavano il soffocamento quando si trovavano nelle strettissime gallerie ed erano esposti alle intemperie nel resto del percorso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Attraversata Piazza d&amp;rsquo;Armi_ il convoglio si appresta ad affrontare l&amp;rsquo;impegnativa ascesa verso il col.jpg" border="0" alt="Attraversata Piazza d&amp;rsquo;Armi, il convoglio si appresta ad affrontare l&amp;rsquo;impegnativa ascesa verso il colle del Moncenisio.jpg" data-entity-type="file" data-entity-uuid="ed9a990b-9abc-441b-96fc-4b5d810049fc" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;Attraversata Piazza d&amp;rsquo;Armi a Susa, il convoglio si appresta ad affrontare l&amp;rsquo;impegnativa ascesa verso il colle del Moncenisio.&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Le carrozze&lt;/b&gt; avevano 16 sedili posti longitudinalmente, i finestrini erano in alto, per impedire ai viaggiatori la vista dei precipizi, e non apribili, per evitare il fumo nelle gallerie. La composizione dei convogli era di solito di una locomotiva, tre vetture passeggeri, tre o quattro carri merci e un bagagliaio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Su ogni vagone vi era un addetto che &lt;b&gt;provvedeva alla frenatura &lt;/b&gt;regolando la sua azione in base ai fischi di comando che provenivano dalla motrice. La sicurezza era piuttosto scarsa, frequenti erano gli slittamenti dei convogli specialmente nella brutta stagione, che causavano ritardi ed interruzioni, ma non vi furono incidenti gravi o mortali, nonostante in inverno le condizioni fossero proibitive.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il percorso da Susa a St. Michel de Maurienne, comprese le fermate intermedie (Molaretto, Bard, Gran Croce, Lanslebourg, Termignon, Bramans, Modane), richiedeva &lt;b&gt;5 ore e mezza&lt;/b&gt; (le diligenze ne impiegavano 12). La velocit&amp;agrave; era in media di 20 km/h nei tratti meno ripidi e di 15 in quelli a maggiore pendenza; venivano effettuate due corse al giorno in un senso e due nell&amp;rsquo;altro.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;h4&gt;&lt;strong&gt;LEGGI ANCHE:&amp;nbsp;&lt;a href="/blog/un-po-di-storia/il-17-settembre-1871-si-inaugurava-il-traforo-del-frejus-dopo-soli-13-anni-di" hreflang="it"&gt;Il 17 settembre 1871 si inaugurava il Traforo del Frejus, dopo soli 13 anni di lavoro&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;La Fell offriva comunque &lt;b&gt;spunti abbondanti alla satira&lt;/b&gt;. &lt;i&gt;&amp;ldquo;La strenna di Pasquino&amp;rdquo;&lt;/i&gt; nel 1869 pubblic&amp;ograve; una striscia di disegni umoristici di Teja, sotto il titolo &lt;i&gt;&amp;ldquo;Ventiquattr&amp;rsquo;ore in Ferrovia Fell&amp;rdquo;&lt;/i&gt;. Raccontava un viaggio invernale e non risparmiava critiche: si sta scomodi, al freddo, la neve rallenta la marcia e alla fine Teja rientra a piedi precedendo il treno. I viaggiatori che vanno a far legna, che si spartiscono un&amp;rsquo;arancia e che infine decidono di completare il viaggio a piedi forniscono una satira impietosa e forse esagerata: il viaggio in carrozza non era certo pi&amp;ugrave; comodo, durava pi&amp;ugrave; del doppio e con la neve non era effettuabile.&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;Nel 1871 venne finalmente &lt;b&gt;aperto il traforo del Frejus&lt;/b&gt; e quindi la linea Fell fu abbandonata, fu smontata e il materiale riutilizzato in Brasile. Alcune gallerie per qualche anno vennero usate come ghiacciaie.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nei tre anni quattro mesi e 15 giorni di esercizio furono trasportati pi&amp;ugrave; di 100.000 passeggeri (tra cui l&amp;rsquo;imperatrice Eugenia e il principe di Galles, poi re Edoardo VII) e percorsi in tutto 320.000 km.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&amp;rsquo;unica ferrovia oggi ancora attiva che usa il sistema Fell si trova nell&amp;rsquo;Isola di Man in Inghilterra. Della ferrovia Fell &lt;b&gt;rimangono oggi poche tracce&lt;/b&gt;: alcune gallerie artificiali lungo la statale, un tratto del percorso in sede propria di fronte al ricovero, il muro a monte di una galleria poco pi&amp;ugrave; in su, altri resti nei pressi delle &amp;ldquo;scale&amp;rdquo; e qualche rudere oltre il colle.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/1869 Ferr. Fell al Moncenisio.jpg" border="0" alt="L'Emporio Pittoresco: la ferrovia Fell" data-entity-type="file" data-entity-uuid="b4e7d4da-ae2b-4883-97d3-41bd92b86462" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;L'Emporio Pittoresco del 1969 dedica la copertina alla la ferrovia Fell.&amp;nbsp;Nell'illustrazione il convoglio &amp;egrave; in partenza da St. Michel: a destra è visibile la rotaia centrale.&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;h4&gt;&lt;strong&gt;Continua al leggere sul sito "Scuola Guido": &lt;a href="https://scuolaguido.altervista.org/1-novembre-1871-signori-in-carrozza-si-scende-chiude-la-fell/"&gt;1 novembre 1871: &amp;ldquo;Signori in carrozza, si scende!&amp;rdquo;, chiude la Fell&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;</description><pubDate>Thu, 05 Mar 2026 15:46:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/la-ferrovia-fell-da-susa-st-jean-de-maurienne-due-anni-di-lavori-e-soltanto</guid></item><item><title>GIAVENO, OULX E BARDONECCHIA: NEL 1897 IN ITALIA NASCEVA LO SCI</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/prima-giaveno-e-poi-ad-oulx-e-bardonecchia-110-anni-fa-italia-nasceva-lo-sci</link><description>&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;Gli &lt;strong&gt;impianti sciistici&lt;/strong&gt; sono indubbiamente una delle principali risorse turistiche della Valle di Susa: grazie ad essi il nostro territorio &amp;egrave; conosciuto in tutto il mondo, specie dopo le Olimpiadi del 2006. Forse per&amp;ograve; non tutti sanno che, nelle origini di questa pratica sportiva, le nostre valli hanno&amp;nbsp;giocato un ruolo di primo piano.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Se infatti lo sci &amp;egrave; nato dall'esigenza di potersi spostare evitando di sprofondare nella neve, una pratica&lt;/span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt; che affonda le radici nella preistoria (in Russia &amp;egrave;&amp;nbsp;stato rinvenuto uno sci di legno datato 6300/5000 A.C.) l'avvento della pratica sciistica in Italia &amp;egrave; avvenuto&amp;nbsp;&lt;strong&gt;proprio sulle cime valsusine&lt;/strong&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;Nel 1896 &lt;strong&gt;Adolfo Kind&lt;/strong&gt;, ingegnere svizzero residente a Torino, al ritorno da uno dei suoi viaggi in terra elvetica port&amp;ograve; con se un paio di &lt;strong&gt;Ski&lt;/strong&gt; in frassino, di marca Jakober. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;I suoi amici, entusiasti della novit&amp;agrave;, si lasciarono affascinare da questa nuova passione, e lo stesso Kind impart&amp;igrave; loro le prime lezioni in un contesto davvero originale: dapprima sui tappeti del salotto della sua villa liberty, poi nel vicino parco del Valentino, sulle pendici della collina torinese. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Adolfo Kind.jpg" border="0" alt="Adolfo Kind" data-entity-type="file" data-entity-uuid="b6c5617e-fc6a-4a65-b35d-6ffd1e2849cc" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;em&gt;Adolfo Kind a Bardonecchia&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;strong&gt;La&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;span&gt;prima escursione sci-alpinistica &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;avvenuta in Italia&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;ebbe luogo il 24 gennaio 1897 quando Kind ed alcuni amici, partiti dalla stazione di Borgone, salirono la montagna di Villar Focchiardo e raggiunsero il &lt;strong&gt;Monte Salancia&lt;/strong&gt;, nei pressi del Colle del Vento. Di qui scesero a Giaveno con gli sci dal versante della Val Sangone, lungo la valle del Sangonetto.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;L'anno successivo Kind e una dozzina di seguaci salirono in tram fino a &lt;strong&gt;Giaveno &lt;/strong&gt;e raggiunsero gli oltre 2 mila metri del Monte Cugno dell'Alpet, poco ad est della punta dell'Aquila, localit&amp;agrave; destinata a diventare negli anni successivi &lt;strong&gt;un vero e proprio "campo scuola"&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;Adolfo Kind ed i suoi amici nel 1899 salirono ai&amp;nbsp;3 mila metri del monte Tomba, sopra il lago del Moncenisio, e gi&amp;agrave; nel &lt;strong&gt;1901&lt;/strong&gt; fondarono all'interno del CAI lo &lt;strong&gt;Ski Club Torino&lt;/strong&gt;, finalizzato "all'allenamento nel pattinaggio e nelle escursioni sciistiche".&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;Pr&amp;agrave; Fieul&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;in Val Sangone divenne cos&amp;igrave; lo scenario delle loro evoluzioni, almeno fino a quando la grangia riscaldata che avevano attrezzato divenne troppo stretta per il numero crescente di adepti. Cos&amp;igrave;, anche perch&amp;egrave; la neve in zona non era particolarmente abbondante, il gruppo nel gennaio 1906 decise di spostarsi ad&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Oulx&lt;/strong&gt;, dove inaugur&amp;ograve; la &lt;strong&gt;prima stazione alpina italiana.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/La pista di salto _Colomion__0.jpg" border="0" alt="pista di salto" data-entity-type="file" data-entity-uuid="eb4364e2-5dd2-4433-bf50-62cb3301c246" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&lt;em&gt;La pista di salto al Colomion&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;Un mese dopo, a &lt;strong&gt;Sauze d'Oulx&lt;/strong&gt;, fu organizzato il primo corso di sci, che vide partecipi anche alcuni ufficiali dei reggimenti alpini e fu diretto dal norvegese Harald Smith. Proprio a Sauze Adolfo Kind costru&amp;igrave; un rifugio, tuttora esistente sotto il nome di Capanna Kind, nel comprensorio sciistico di Sportinia.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;Adolfo Kind perse la vita in un &lt;/span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;incidente in montagna nell'estate del 1907. Ne raccolse il testimone il figlio &lt;strong&gt;Paolo&lt;/strong&gt;, che gi&amp;agrave; lo aveva accompagnato in numerose imprese, che nel 1908, insieme al saltatore norvegese Harald Smith, realizz&amp;ograve; a Bardonecchia il primo trampolino di salto con gli sci. Sempre in quell'anno venne fondato lo &lt;strong&gt;Ski Club Bardonecchia&lt;/strong&gt;, che nei mesi scorsi ha festeggiato il 110 compleanno.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Harald e Trigwe Smith_0.jpg" border="0" alt="Harald e Trigwe Smith" data-entity-type="file" data-entity-uuid="57c7a029-fba8-4fad-9d4b-a92e72418081" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;I fratelli Smith nel Concorso Internazionale di salto a Bardonecchia&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;Nel febbraio 1909 si svolsero una serie di gare nazionali e internazionali, valide anche per il primo &lt;strong&gt;Campionato Italiano Assoluto&lt;/strong&gt; nelle discipline di salto, fondo e discesa, a cui assistettero oltre tremila persone. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span lang="EN-US"&gt;Nella gara di salto il titolo italiano fu vinto da Paolo Kind, mentre nel concorso internazionale&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Harald Smith ottenne il record del mondo&lt;/strong&gt;, rendendosi protagonista di un salto di &lt;strong&gt;43 metri&lt;/strong&gt;. Degna di nota &amp;egrave; anche l'impresa del fratello Trigwe, che si ferm&amp;ograve; a 40 metri.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;h6&gt;&lt;/h6&gt;</description><pubDate>Fri, 20 Feb 2026 10:04:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/prima-giaveno-e-poi-ad-oulx-e-bardonecchia-110-anni-fa-italia-nasceva-lo-sci</guid></item><item><title>CARLO TESSA, UNA STORIA DI IMPRENDITORIA E DI ANTIFASCISMO CHE PARTE DA GIAVENO</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/carlo-tessa-una-storia-di-imprenditoria-e-di-antifascismo-che-parte-da-giaveno</link><description>&lt;p&gt;Qualche tempo fa il giornalista&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Mario Calabresi&lt;/strong&gt; &lt;a href="https://mariocalabresi.com/lultimo-regalo-compie-cento-anni/"&gt;&lt;strong&gt;nella newsletter Altre/Storie&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; ha raccontato la storia di suo&amp;nbsp;bisnonno, &lt;strong&gt;il giavenese&amp;nbsp;Carlo Tessa&lt;/strong&gt;, che il 30 novembre del 1925 fu&lt;strong&gt; licenziato dalla Fiat&lt;/strong&gt; perch&amp;eacute; si era rifiutato di prendere la tessera del partito fascista. Di qui inizi&amp;ograve; una storia imprenditoriale di grande successo, poi conclusa nel 1962 a causa di un tragico incidente stradale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Mario Calabresi&lt;/strong&gt;, giornalista e scrittore, &amp;egrave; stato &lt;strong&gt;direttore de La Stampa&lt;/strong&gt; dal 2009 al 2015 e de &lt;strong&gt;La Repubblica&lt;/strong&gt; dal 2016 al 2019. Nel 2020 ha fondato la societ&amp;agrave; di produzione di podcast&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Chora media&lt;/strong&gt;, .&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Riportiamo alcuni stralci di questo racconto,&lt;/strong&gt; che ci pare interessante per ricostruire il clima politico e sociale di un secolo fa a Torino e nelle nostre valli:&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;Il &lt;strong&gt;30 novembre 1925&lt;/strong&gt; cadeva di luned&amp;igrave;. Alla Fiat, al Lingotto, quella mattina si svolgeva la premiazione degli operai pi&amp;ugrave; fedeli. &lt;br /&gt;Carlo entra per l&amp;rsquo;ultima volta nell&amp;rsquo;ufficio che divide con l&amp;rsquo;altro capofficina, guarda le due scrivanie, i tre tavoli da disegno con i cavalletti, gli scaffali con tutti i progetti e svuota il piccolo armadio guardaroba in cui teneva i vestiti di ricambio. Riempie una borsa e si congeda.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il fascismo &amp;egrave; riuscito nell&amp;rsquo;operazione di cacciarlo, di &lt;strong&gt;epurare dalla fabbrica&lt;/strong&gt; chi rifiuta di prendere la tessera del partito fascista e lo fa nell&amp;rsquo;esatto momento in cui si appuntano le medaglie ai meritevoli. &amp;Egrave; un segnale necessario per il regime, sono passate poche settimane dalla &lt;strong&gt;visita di Mussolini in Piemonte&lt;/strong&gt; e gli operai lo hanno accolto con un fragoroso silenzio. I suoi gerarchi schiumano di rabbia e pensano immediatamente che il gelo della fabbrica vada punito.&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2026/Pergamena.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;Carlo varca il cancello da solo. Fuori per&amp;ograve; trova la prima sorpresa, una dozzina di operai lo sta aspettando. Si sono licenziati. Lo abbracciano. Vogliono andare a lavorare con lui. Fanno insieme pochi passi e arrivano alla panetteria di fronte alla fabbrica, e qui Carlo non pu&amp;ograve; credere ai suoi occhi. &lt;strong&gt;In vetrina sono esposte due pergamene&lt;/strong&gt;. La prima &amp;egrave; alta un metro, tutta dipinta a mano, con&amp;nbsp;&lt;span&gt;la scritta: &lt;strong&gt;&lt;em&gt;&amp;ldquo;A Tessa Carlo, gli operai della Diatto-Fiat affezionati al loro capo officina&amp;rdquo;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;e duecentonovantanove nomi.&lt;/span&gt;&amp;nbsp;(...)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma non sono solo gli operai. Accanto c&amp;rsquo;&amp;egrave; una seconda pergamena, pi&amp;ugrave; piccola e orizzontale, quella dei dirigenti: &lt;em&gt;&amp;ldquo;A Carlo Tessa, che per venti anni dedic&amp;ograve; il suo forte ingegno e la sua impareggiabile attivit&amp;agrave; alla direzione dell&amp;rsquo;officina, i tecnici della Fiat sezione materiale ferroviario memori offrono&amp;rdquo;&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Qui ci sono 22 firme e la data: Torino, 30 novembre 1925.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;e quelle due pergamene mi seguono da quindici anni. Ora compiono cento anni e ho pensato di recuperare quella storia che avevo ricostruito nel mio libro &amp;ldquo;La mattina dopo&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Negli anni ho ricostruito la storia di suo padre, di quel bisnonno che &lt;strong&gt;prefer&amp;igrave; perdere il lavoro piuttosto che iscriversi al fascismo&lt;/strong&gt;. E quella scelta poi fu la sua fortuna e diede il via a una nuova vita piena di intuizioni e soddisfazioni.&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;Carlo Tessa&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Carlo Tessa &lt;/strong&gt;era il padre di mia nonna Maria. &lt;strong&gt;Era nato a Giaveno, &lt;/strong&gt;in Val Sangone, nel 1887, il padre Giovanni era uno scultore del legno, la madre Maria Gioana aveva uno di quegli empori dove si vendeva di tutto: zucchero, caff&amp;egrave;, frutta, formaggi, carta, matite, prodotti di merceria e calendari.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Aveva tre fratelli e quattro sorelle, ma lui era l&amp;rsquo;unico sposato. Due dei maschi erano preti, le quattro femmine erano una sorta di suore laiche, sempre vestite di nero, che hanno vissuto sempre insieme nella casa di famiglia. Anche lui sembrava destinato a diventare sacerdote, ma venne &lt;strong&gt;rapito dal fascino delle macchine e della modernit&amp;agrave; e abbandon&amp;ograve; il seminario.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2026/Matrimonio%20Carlo%20Tessa.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Carlo Tessa sorridente (a destra), al matrimonio della figlia Maria con il marito Mario.&amp;nbsp;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fin da bambino, finita la scuola, faceva il garzone di bottega e consegnava la spesa ad una marchesa che viveva in un grande palazzo con il parco che nel 1926 don&amp;ograve; al paese e che oggi sono la villa e il parco comunale di Giaveno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il senatore &lt;strong&gt;Giovanni Agnelli&lt;/strong&gt; frequentava la casa, un giorno la contessa gli presenta il ragazzino che stava facendo il ginnasio nel seminario arcivescovile. Carlo, rapito dall&amp;rsquo;auto del senatore, gli chiese cosa dovesse studiare per lavorare alla Fiat e lui gli disse di fare studi da perito e aggiunse: &lt;em&gt;&amp;ldquo;E poi presentati da noi&amp;rdquo;&lt;/em&gt;. Per sua fortuna in paese c&amp;rsquo;era un ingegnere illuminato che aveva lasciato la sua casa per fare una scuola di disegno tecnico. Convinse i genitori che i voti religiosi non facevano per lui e si iscrisse alla scuola da perito tecnico industriale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel 1905, &lt;strong&gt;appena compiuti 18 anni, si trasfer&amp;igrave; a Torino&lt;/strong&gt; ma non ebbe bisogno di andare a cercare Giovanni Agnelli: il lavoro era ovunque, la citt&amp;agrave; era in vorticosa trasformazione, ogni giorno apriva una nuova officina ed era cominciata la sfida tra la carrozza e l&amp;rsquo;auto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In quel primo decennio del Novecento in centro c&amp;rsquo;erano ancora dieci negozianti di cavalli, venticinque maniscalchi e ben trentaquattro &lt;em&gt;&amp;ldquo;affitta cavalli e vetture&amp;rdquo;&lt;/em&gt;. Alla fine della Grande Guerra saranno la met&amp;agrave;. Carlo venne subito assunto alla &lt;strong&gt;Diatto&lt;/strong&gt;, fabbrica che costruiva carrozze per treni e tram, ma che stava per lanciarsi anche nella produzione di automobili sportive. (...)&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-4 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2026/Carlo%20Tessa.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Carlo Tessa&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-8 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Riesce ad evitare di andare al fronte&lt;/strong&gt; nella Prima Guerra Mondiale, grazie al fatto che lavora in un settore strategico, quello della costruzione delle vetture ferroviarie, ha la fortuna di rimanere a casa dove era appena diventato padre di mia nonna.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Proprio nell&amp;rsquo;ultimo anno di guerra, nell&amp;rsquo;autunno del 1917,&lt;strong&gt; la Fiat acquisisce la Diatto e crea il suo polo ferroviario&lt;/strong&gt;. Carlo, che aveva appena compiuto trent&amp;rsquo;anni, era diventato da poco capofficina e con il passaggio aveva conquistato il diritto a trasferirsi con la famiglia al primo piano di una villetta dell&amp;rsquo;azienda. Mia nonna ricordava esattamente il profumo di una grande pianta di glicine che si arrampicava sul balcone, ma anche la paura che arriv&amp;ograve; in casa pochi anni dopo &amp;ndash; siamo alla fine dell&amp;rsquo;estate del 1920 &amp;ndash; con &lt;strong&gt;le rivolte operaie e l&amp;rsquo;occupazione della fabbrica.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Carlo era un convinto anticomunista, &lt;strong&gt;aveva idee liberali ed era contrario all&amp;rsquo;occupazione,&lt;/strong&gt; la loro villetta venne presa di mira, prima con sassate alle finestre poi con colpi di fucile. Per molte notti dormirono con i materassi stesi in corridoio per non correre rischi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La situazione torna alla normalit&amp;agrave; ma presto si presenta una nuova ideologia che pretende adesione totale, il fascismo. Carlo non ne vuole sapere, ogni sera a casa ripete &lt;em&gt;&amp;ldquo;non voglio essere intruppato&amp;rdquo;&lt;/em&gt; e ai colleghi dirigenti che si stupiscono non aderisca al fascismo &lt;em&gt;&amp;ldquo;portatore di ordine&amp;rdquo;,&lt;/em&gt; risponde che &lt;strong&gt;essere anticomunisti non significa essere fascisti&lt;/strong&gt;, cos&amp;igrave; come, per essere antifascisti, non &amp;egrave; necessario essere comunisti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;Egrave; talmente convinto delle sue idee che &lt;strong&gt;rifiuta di prendere la tessera&lt;/strong&gt;, nonostante gli abbiano fatto capire che quella anomalia non sarebbe stata tollerata ancora per molto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel 1925 nella parte ferroviaria della Fiat c&amp;rsquo;erano due capi officina, uno per la produzione ferrosa &amp;ndash; Carlo &amp;ndash; e uno per il legno e le materie plastiche. Quest&amp;rsquo;ultimo era bolognese, fascista della prima ora, sapeva che Carlo non era iscritto e un giorno di fine ottobre &lt;strong&gt;decise di denunciare la cosa al partito&lt;/strong&gt;: &lt;em&gt;&amp;laquo;Non &amp;egrave; possibile che uno che non ha la tessera comandi tanti operai&amp;raquo;&lt;/em&gt;. La direzione torinese del partito, subito dopo la visita di Mussolini, and&amp;ograve; da Giovanni Agnelli e ne chiese il licenziamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Carlo venne convocato la mattina dopo. La trascrizione del loro colloquio &amp;egrave; quella che mia nonna recitava a memoria. In quel momento lei aveva dieci anni e rimase sconvolta dal discorso che il padre fece a tavola, la sera, e che si concluse con l&amp;rsquo;annuncio che &lt;strong&gt;insieme al posto di lavoro avrebbero perso anche la casa.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quel colloquio alla Fiat si svolse in piedi e fu molto veloce, il senatore gli disse: &lt;em&gt;&amp;laquo;Ti devo chiedere una cosa, ma so gi&amp;agrave; cosa mi risponderai: vuoi prendere la tessera del fascismo?&amp;raquo;.&lt;/em&gt; Lui, che se lo aspettava, rispose: &lt;em&gt;&amp;laquo;No, e ho capito che me ne devo andare&amp;raquo;.&lt;/em&gt; Allora Agnelli a sorpresa gli disse:&lt;em&gt; &amp;laquo;Non posso tenerti ma ti conosco da venticinque anni, so come lavori, &lt;strong&gt;apri una tua azienda e io ti dar&amp;ograve; lavoro, diventerai un fornitore della Fiat&lt;/strong&gt;&amp;raquo;. &lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;&amp;laquo;Non me lo posso permettere: lei paga dopo due o tre mesi e io non ho abbastanza soldi per far partire l&amp;rsquo;attivit&amp;agrave;, comprare i materiali e pagare lo stipendio agli operai&amp;raquo;. &amp;laquo;Non &amp;egrave; un problema: comincia pure, fai la fattura alla fine del primo mese e il direttore te la vister&amp;agrave; personalmente, cos&amp;igrave; vai alla cassa e te la pagano subito&amp;raquo;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Carlo quella sera &amp;egrave; sconvolto, sa che entro un mese sar&amp;agrave; fuori dalla fabbrica e fuori di casa, ma insieme sente l&amp;rsquo;orgoglio di non aver piegato la testa e l&amp;rsquo;adrenalina che gli provoca l&amp;rsquo;idea di diventare imprenditore.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Cos&amp;igrave;, prima ancora di uscire dalla Fiat, va a registrare il suo marchio: le &lt;strong&gt;Martellerie Carlo Tessa&lt;/strong&gt;, l&amp;rsquo;atto fondativo porta la data del 6 novembre 1925.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il giorno che doveva segnare la sua fine invece segna un nuovo inizio&lt;/strong&gt;. Far&amp;agrave; fortuna, aprir&amp;agrave; una piccola officina e le commesse non mancheranno. Le cose andranno bene, tanto che nel 1932 aprir&amp;agrave; una fabbrica pi&amp;ugrave; grande, con 50 operai, nello spazio che oggi &amp;egrave; occupato dalle opere d&amp;rsquo;arte della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2026/Fondazione%20Re%20Rebaudengo.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Sugli spazi della fabbrica aperta da Carlo Tessa nel 1932 oggi sorge la sede della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Continu&amp;ograve; a stare lontano dal Regime e &lt;strong&gt;il suo antifascismo era lucido e lungimirante&lt;/strong&gt;, era convinto che il regime avrebbe fatto la guerra e ripeteva: &lt;em&gt;&amp;ldquo;Una dittatura prima o poi si fa sempre prendere dalla voglia di conquista e di espansione e Mussolini ci porter&amp;agrave; in guerra&amp;rdquo;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Cos&amp;igrave; &lt;strong&gt;nel 1938 arriv&amp;ograve; a casa con tre biciclette per le figlie&lt;/strong&gt;, la pi&amp;ugrave; grande Maria &amp;ndash; mia nonna &amp;ndash; aveva 23 anni, Rosa la seconda ne aveva 15 e Gianna 10. Erano un lusso. Gianna, che &amp;egrave; ancora viva, ricorda perfettamente il momento e la raccomandazione: &lt;em&gt;&amp;laquo;Ci disse che dovevamo imparare subito a usarle bene e ad andare veloci, per essere autonome quando sarebbe scoppiata la guerra. Gli risposi che avevamo l&amp;rsquo;auto, una delle poche allora, ma lui rispose: &amp;ldquo;In macchina non ci lasceranno andare, queste bici saranno la vostra salvezza&amp;rdquo;&amp;raquo;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Organizz&amp;ograve; tutto, senza paura o mania, insieme alla guerra &lt;strong&gt;immagin&amp;ograve; la crisi e il razionamento del cibo&lt;/strong&gt;, cos&amp;igrave; compr&amp;ograve; una cascina al confine tra la provincia di Torino e quella di Cuneo, con un grande orto, le galline e alberi da frutta. C&amp;rsquo;erano mele, pere, pesche e anche un bellissimo albero di cachi che era una rarit&amp;agrave;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poi all&amp;rsquo;inizio del 1939, con i soldi guadagnati in quel decennio, &lt;strong&gt;affitt&amp;ograve; un magazzino e lo riemp&amp;igrave; di lamiere di rame&lt;/strong&gt;. Le lasci&amp;ograve; l&amp;igrave; per tutta la guerra, prevedendo che quello poi sarebbe stato il suo tesoro. Nel 1942 perse la casa per i bombardamenti e nell&amp;rsquo;estate successiva anche la fabbrica venne completamente distrutta dalle bombe inglesi. Si ritirarono nella cascina in campagna.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Alla fine della guerra apr&amp;igrave; il magazzino e, in tempi di penuria di materie prime, in pochi giorni vendette tutto. Il valore delle lamiere era moltiplicato e con quei soldi &lt;strong&gt;ricostru&amp;igrave; la fabbrica nel cuore del quartiere San Paolo&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il dopoguerra fu un periodo meraviglioso di ritorno alla vita, prese subito &lt;strong&gt;la commessa per una parte del telaio della Vespa&lt;/strong&gt; e qualche anno dopo anche per la &lt;strong&gt;Lambretta&lt;/strong&gt;, a met&amp;agrave; degli Anni Cinquanta produceva &lt;strong&gt;parafanghi e cofani della Fiat 600&lt;/strong&gt;. I dipendenti raddoppiarono, diventando un centinaio.&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2026/Stampa%20notizia%20incidente.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Il ritaglio de &amp;ldquo;La Stampa&amp;rdquo; del 9 dicembre 1962, dall&amp;rsquo;archivio storico del quotidiano.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
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&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Guid&amp;ograve; la sua azienda per trentasette anni, fino al giorno dell&amp;rsquo;Immacolata del 1962&lt;/strong&gt;. Nel tardo pomeriggio, verso le 18, usc&amp;igrave; a fare una passeggiata, c&amp;rsquo;era molta nebbia ma voleva comprare una colonia e cercare dei regali per Natale, non torner&amp;agrave; pi&amp;ugrave; a casa. Sulla Stampa del giorno dopo, a pagina 2 c&amp;rsquo;era una sua grande foto con il titolo: &lt;em&gt;&amp;ldquo;Venti automobilisti si sono rifiutati di caricare la vittima di un incidente&amp;rdquo;&lt;/em&gt;. Il sommario spiegava: &lt;em&gt;&amp;ldquo;Dopo un quarto d&amp;rsquo;ora uno si &amp;egrave; fermato. Il ferito, un industriale di 75 anni &amp;egrave; morto appena giunto in ospedale&amp;rdquo;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Era stato investito da una Fiat 500&lt;/strong&gt; mentre attraversava sulle strisce, scaraventato sull&amp;rsquo;altro lato della strada aveva picchiato violentemente la testa. La sua avventura umana era finita. Lo seppellirono a Giaveno, nella tomba di famiglia insieme ai genitori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Di questa storia mi restano le due pergamene e, incredibilmente, &amp;egrave; ancora in piedi anche l&amp;rsquo;edificio che aveva ospitato la fabbrica. &amp;Egrave; un reperto industriale in mezzo ai palazzi, di fronte al supermercato Bennet. &amp;Egrave; deserta, ha qualche vetro rotto, ma &amp;egrave; ancora in piedi. Sembra una balena spiaggiata.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma soprattutto &lt;strong&gt;mi restano le ultime parole di mia nonna&lt;/strong&gt; sul coraggio di dire dei No e la lezione che ogni caduta pu&amp;ograve; avere una ripartenza, pu&amp;ograve; aprire possibilit&amp;agrave; nuove e inattese. (...)&lt;/p&gt;
&lt;p style="text-align: right;"&gt;&lt;strong&gt;Mario Calabresi&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;h4&gt;&lt;strong&gt;Il racconto e le immagini sono tratte dalla newsletter&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="https://mariocalabresi.com/"&gt;"Altre/storie"&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;di Mario Calabresi, che ringraziamo.&lt;/h4&gt;
&lt;h4&gt;Leggi l'articolo completo:&amp;nbsp;&lt;a href="https://mariocalabresi.com/lultimo-regalo-compie-cento-anni/" target="_blank" rel="noopener"&gt;L&amp;rsquo;ultimo regalo compie cento anni&lt;/a&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Fri, 30 Jan 2026 17:12:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/carlo-tessa-una-storia-di-imprenditoria-e-di-antifascismo-che-parte-da-giaveno</guid></item><item><title>LIDIA TORRETTA MARCONCINI, LA CASTELLANA CHE SCRIVEVA PER I BAMBINI</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/lidia-torretta-marconcini-la-castellana-che-scriveva-per-i-bambini</link><description>&lt;p&gt;Il 7 agosto 2014 moriva &lt;b&gt;Raffaella Marconcini,&lt;/b&gt; ultima dinamica castellana di Bruzolo. Si era spenta nel castello dove era nata quasi un secolo prima, figlia di una coppia non banale&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il padre &lt;b&gt;Federico &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Marconcini&lt;/b&gt;, tra i fondatori del Partito Popolare di Don Luigi Sturzo, nel 1924 era tra i deputati che scelsero l&amp;rsquo;Aventino parlamentare nell&amp;rsquo;autunno fatale che lasci&amp;ograve; via libera al fascismo in difficolt&amp;agrave; per il delitto Matteotti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Destituito dalla deriva dittatoriale di Mussolini, torn&amp;ograve; alla ribalta politica nel dopoguerra e venne &lt;b&gt;eletto senatore&lt;/b&gt; democristiano nelle elezioni del 1948. Prosegu&amp;igrave; la sua carriera come docente universitario ed economista di prestigio. Sposatosi con Lidia Torretta, nel 1919 venne ad abitare nel castello di famiglia a Bruzolo.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;h4&gt;Leggi Anche:&amp;nbsp;&lt;a href="https://www.laboratorioaltevalli.it/blog/un-po-di-storia/nel-1610-bruzolo-si-firmano-due-trattati-che-avrebbero-potuto-cambiare-la"&gt;1610, a Bruzolo si firmano due trattati che avrebbero potuto cambiare la storia&lt;/a&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Lidia Torretta &lt;/b&gt;&lt;b&gt;Marconcini&lt;/b&gt; &amp;egrave; invece stata una maestra ed una apprezzata autrice di libri per ragazzi. L&amp;rsquo;ho scoperta per caso, sfogliando un libro su una bancarella dell&amp;rsquo;usato. Attirato dai bei disegni di Attilio Mussino, ho aperto &lt;b&gt;La storia di un&amp;rsquo;orfana&lt;/b&gt; e l&amp;rsquo;incipit mi ha indotto ad acquistarlo: &lt;i&gt;&amp;ldquo;Sino ai dodici anni io vissi in campagna, in un paesello della valle di Susa&amp;rdquo;.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Proseguendo nella lettura si scopre che il &amp;ldquo;paesello&amp;rdquo; &amp;egrave; &lt;b&gt;Chiomonte&lt;/b&gt;, dove la protagonista, Itala De Masi, orfana dei genitori, vive col nonno e si affeziona a Lucia, cuoca tuttofare. Libera e selvaggia, come si definisce nella storia narrata in prima persona, alla morte del nonno viene sballottata tra i parenti, abbozza una fuga e finisce in collegio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2024-4-6/La-storia-di-unorfana-Lidia-Torretta-disegni-Mussino-Paravia-1918.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;La storia di un&amp;rsquo;orfana in una edizione del 1934, illustrata da Attilio Mussino. La prima pagina ambienta la vicenda in Val Susa e delinea la figura del nonno.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Qui la Direttrice l&amp;rsquo;aiuta verso scelte di vita responsabili e a diventare maestra. Come tale torner&amp;agrave; a Chiomonte con l&amp;rsquo;anziana Lucia, &lt;i&gt;&amp;ldquo;a ricevere il &amp;lsquo;ben tornata&amp;rsquo; da una quantit&amp;agrave; di sentieri, di alberi, di ruscelli e di prati&amp;rdquo;&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Romanzo edificante, sulla scia del libro &amp;ldquo;Cuore&amp;rdquo;, che ne ispir&amp;ograve; tanti altri. Mi hanno per&amp;ograve; colpito l&amp;rsquo;assenza di drammaticit&amp;agrave;, la retorica buonista presente ma contenuta e soprattutto &lt;b&gt;una scrittura fresca&lt;/b&gt;, una prosa non ridondante, le descrizioni minute, realistiche e un po&amp;rsquo; autobiografiche, non prive di scorci poetici, come &lt;i&gt;&amp;ldquo;l&amp;rsquo;aia piena di sole e di polli&amp;rdquo;&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oltre a diversi libri per l&amp;rsquo;infanzia e una biografia di &lt;b&gt;Pier Giorgio Frassati&lt;/b&gt;, Lidia ha scritto anche poesie e una commedia &lt;i&gt;&amp;ldquo;Giovent&amp;ugrave; italica&amp;rdquo;&lt;/i&gt;. Il titolo fa capire che, se il marito era stato emarginato politicamente dal fascismo, i Patti Lateranensi avevano riassorbito questa famiglia monarchica e profondamente religiosa nel solco ideologico del patriottismo e del concorde procedere tra Stato e Chiesa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo conferma il racconto &lt;b&gt;La madre&lt;/b&gt;, pubblicato sulla rivista &lt;i&gt;Donna Fascista &lt;/i&gt;quale vincitore di un concorso. Qui s&amp;igrave; che la retorica deborda, ma siamo nel 1942, nel pieno della guerra, e la protagonista, che ha visto morire marito e figlio in guerra, invece di disperarsi chiede solo di &lt;i&gt;essere degna del loro sacrificio&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2024-4-6/Bruzolo-La-Madre-novella-di-Lidia-Torretta-Marconcini-Donna-fascista.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;La madre, novella pubblicata sulla rivista&amp;nbsp;Donna Fascista n. 6 del 15 gennaio 1942.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
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&lt;h3&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2024-4-6/Giovinezze.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;h6&gt;La copertina di uno dei numerosi libri per ragazzi.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;Continua al leggere sul sito&lt;strong&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="https://scuolaguido.altervista.org/" target="_blank" rel="noopener"&gt;"Scuola Guido"&lt;/a&gt;:&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h4&gt;&lt;a href="https://scuolaguido.altervista.org/la-castellana-che-raccontava-storie-ai-bambini/"&gt;LA CASTELLANA CHE RACCONTAVA STORIE AI BAMBINI&lt;/a&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;</description><pubDate>Wed, 07 Jan 2026 11:04:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/lidia-torretta-marconcini-la-castellana-che-scriveva-per-i-bambini</guid></item><item><title>Quando si poteva andare in treno da Cumiana ad Avigliana</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/una-gita-oggi-impossibile-in-treno-da-cumiana-ad-avigliana</link><description>&lt;p&gt;Oggi abbiamo a disposizione voli transcontinentali, treni ad alta velocit&amp;agrave;, autostrade e auto sempre pi&amp;ugrave; veloci, ma una gita come questa non possiamo pi&amp;ugrave; farla.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Siamo &lt;strong&gt;attorno al 1905&lt;/strong&gt; e il fotografo Mario Rainelli immortala una comitiva &lt;strong&gt;in partenza dalla stazione di Cumiana&lt;/strong&gt;, capolinea di un ramo ferroviario che non c&amp;rsquo;&amp;egrave; pi&amp;ugrave;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2024-4-6/gita-stazione-cuminana-paese2.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;La stazione di Cumiana.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La linea, dopo il tratto inaugurale &lt;strong&gt;Torino - Orbassano&lt;/strong&gt; del 1881, aveva raggiunto Giaveno nel 1883 e Cumiana e Pinerolo nel 1889. Dal bivio di Cumiana una breve diramazione di circa 4 chilometri raggiungeva la stazione in centro al paese. Il tratto Orbassano - Pinerolo venne chiuso nel 1936 e sostituito con gli autobus, stessa sorte tocc&amp;ograve; al ramo giavenese nel 1958.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;h4&gt;LEGGI ANCHE:&amp;nbsp;&lt;a href="https://www.laboratorioaltevalli.it/blog/un-po-di-storia/tra-sbuffi-di-vapore-la-tranvia-da-torino-arriva-giaveno-e-il-1883-restera"&gt;Tra sbuffi di vapore la tranvia arriva a Giaveno&lt;/a&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2024-4-6/gita-cumiana-Fuori-porta-viaggi-e-vacanze-dei-piemontesi-tra-800-e-900-Giuseppe-Culicchia-Consiglio-reg-Piemonte-2015-4.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Mario Rainelli &amp;ndash; La partenza dalla stazione di Cumiana, 1905 ca.&amp;nbsp;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I gitanti della fotografia stanno prendendo l&amp;rsquo;escursione con atteggiamenti diversi: c&amp;rsquo;&amp;egrave; chi &amp;egrave; vestito a festa con bombetta e paglietta ma anche chi si &amp;egrave; vestito come per una spedizione africana con pantaloni alla zuava, stivaloni e casco coloniale. Sulla destra sta arrivando un ritardatario, sulla schiena lo zaino rigonfio dei rifornimenti per la giornata.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A sinistra osserva la scena un uomo con la gerla in spalla, si capisce che non fa parte della comitiva, che probabilmente viaggia per lavoro.&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-8 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;h6&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2024-4-6/gita-Avigliana-Fuori-porta-viaggi-e-vacanze-dei-piemontesi-tra-800-e-900-Giuseppe-Culicchia-Consiglio-reg-Piemonte-2015-3.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;h6&gt;MARIO RAINELLI &amp;ndash; ARRIVO DELLA COMITIVA AD AVIGLIANA,1905 CA.&amp;nbsp;&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-4 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;Una seconda fotografia ritrae la comitiva davanti ad una delle porte medievali di Avigliana. Uomini e alcune donne sono in maniche di camicia, ma nonostante la giornata calda hanno preferito la visita storica del centro medievale di Avigliana alle sponde del lago.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Che forse hanno raggiunto pi&amp;ugrave; tardi, per il picnic.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Senza fermarsi troppo, perch&amp;eacute; coi tempi di percorrenza di allora, il limite di velocit&amp;agrave; dei 30 Km/h e il fatto che bisognava passare da Torino, il viaggio avr&amp;agrave; impegnato gran parte della giornata.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Una rapida ricerca e il confronto con immagini d&amp;rsquo;epoca fornitemi da Rosetta Chiaberge &lt;strong&gt;non ha consentito di individuare questa porta come una di quelle ancora esistenti ad Avigliana&lt;/strong&gt;. Potrebbe essere crollata o potrebbe anche essere sbagliata la didascalia. Ai lettori pi&amp;ugrave; attenti e appassionati di storia il compito di risolvere il mistero.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-4 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2024-4-6/Fuori-porta-viaggi-e-vacanze-dei-piemontesi-tra-800-e-900-Giuseppe-Culicchia-Consiglio-reg-Piemonte-2015-1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-8 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;Tratto da: &lt;strong&gt;Fuori porta, viaggi e vacanze dei piemontesi tra &amp;lsquo;800 e &amp;lsquo;900&lt;/strong&gt;, Giuseppe Culicchia, cons Reg Piemonte, 2015&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa pubblicazione della Regione Piemonte documenta con foto d&amp;rsquo;epoca alcune escursioni di piemontesi facoltosi tra fine Ottocento e inizio Novecento. Tra queste le foto scattate da Mario Rainelli per documentare la gita da Cumiana ad Avigliana.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;Continua al leggere sul sito&lt;strong&gt;&amp;nbsp;&lt;a href="https://scuolaguido.altervista.org/" target="_blank" rel="noopener"&gt;"Scuola Guido"&lt;/a&gt;:&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h4&gt;&lt;a href="https://scuolaguido.altervista.org/una-gita-oggi-impossibile-in-treno-da-cumiana-ad-avigliana/"&gt;Una gita oggi impossibile: in treno da Cumiana&lt;/a&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;</description><pubDate>Tue, 02 Dec 2025 14:54:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/una-gita-oggi-impossibile-in-treno-da-cumiana-ad-avigliana</guid></item><item><title>LA STORIA DELLE "CROCI DELLA PASSIONE", UNO DEI SIMBOLI DI BESSANS, IN MAURIENNE</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/la-storia-delle-croix-du-coq-uno-dei-simboli-di-bessans-in-maurienne</link><description>&lt;p&gt;Il turista che, valicato il Moncenisio, decida di risalire la valle della Maurienne, trover&amp;agrave;, entrando nel villaggio di &lt;strong&gt;Bessans&lt;/strong&gt;, una monumentale croce, dipinta di verde, con i bracci ornati da strani oggetti ed un gallo sulla punta, che non potr&amp;agrave; non attirare la sua attenzione. Si tratta della famosa &lt;strong&gt;"Croix de la Passion"&lt;/strong&gt; o &lt;strong&gt;"Croix du Coq"&lt;/strong&gt;, uno dei simboli di Bessans. Ma che cos&amp;rsquo;&amp;egrave;, questa "Croix de la Passion"?&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-8 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Croce%20bessans2.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-4 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Croce%20bessans%201.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;La "Croix de la Passion", uno dei simboli di Bessans.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;Se osserviamo bene, notiamo che si tratta di una croce sulla quale in luogo del corpo del Crocifisso, appaiono sui suoi bracci quelli che la Chiesa chiama&lt;strong&gt; &amp;ldquo;Arma Christi"&lt;/strong&gt;, cio&amp;egrave; i cosiddetti &amp;ldquo;strumenti della Passione&amp;rdquo;, descritti nei Vangeli. La Croce della Passione &amp;egrave; messa l&amp;igrave;, in prossimit&amp;agrave; di una chiesa, proprio per rammentare ai viandanti gli avvenimenti accaduti.&amp;nbsp;L&amp;rsquo;abitudine di porre queste croci monumentali all&amp;rsquo;aperto, &amp;egrave; &lt;strong&gt;diffusa in Francia e nei Paesi Germanici&lt;/strong&gt;; &lt;strong&gt;in Italia e Spagna&lt;/strong&gt; &amp;egrave; pi&amp;ugrave; in uso &lt;strong&gt;portare queste croci durante le processioni&lt;/strong&gt; della Settimana Santa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Qual &amp;egrave; l&amp;rsquo;origine di queste &amp;ldquo;Croce della Passione&amp;rdquo;?&lt;/strong&gt; La raffigurazione degli &lt;em&gt;&amp;ldquo;Arma Christi"&lt;/em&gt; accanto alla Croce inizi&amp;ograve; in epoca medievale, dapprima attraverso le miniature (il &lt;strong&gt;Salterio di Utrecht&lt;/strong&gt;, il famoso codice miniato del IX secolo, &amp;egrave; uno degli esempi pi&amp;ugrave; antichi), e poi tramite gli affreschi, o i bassorilievi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Arma%20Christi,come%20appaiono%20nel%20Salterio%20di%20Utrecht,%20il%20famoso%20codice%20miniato%20del%20IX%20secolo.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Gli "Arma Christi" come appaiono nel Salterio di Utrecht, codice miniato del IX secolo.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le &amp;ldquo;Croci della Passione&amp;rdquo; in forma monumentale, nacquero &lt;strong&gt;in epoca barocca&lt;/strong&gt;, epoca della Controriforma. Quali sono gli &amp;ldquo;Arma Christi", che appaiono su queste croci? Come abbiamo detto, seguono gli episodi dei racconti evangelici. Perci&amp;ograve;:&lt;/p&gt;
&lt;ol&gt;
&lt;li&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;l&amp;rsquo;ingresso trionfale&lt;/strong&gt; di Ges&amp;ugrave; a Gerusalemme: il ramo di palma&lt;/p&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;l&amp;rsquo;Ultima Cena&lt;/strong&gt;: il calice e il pane;&lt;/p&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;la cattura di Ges&amp;ugrave;,&lt;/strong&gt; nell&amp;rsquo;orto degli Ulivi: la lanterna e le fiaccole delle guardie, i bastoni, la lanterna della donna che riconobbe San Pietro, l'orecchio della guardia, mozzato da San Pietro, la spada di San Pietro, che mozz&amp;ograve; l'orecchio;&lt;/p&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;la flagellazione&lt;/strong&gt;: la colonna della flagellazione, il &amp;ldquo;flagellum&amp;rdquo;, la mano dello schiaffo (dato dal sommo sacerdote), il gallo che cant&amp;ograve; dopo che San Pietro aveva rinnegato;&lt;/p&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;la condanna&lt;/strong&gt;: il vaso o la brocca con cui Ponzio Pilato si lav&amp;ograve; le mani;&lt;/p&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;il tradimento di Giuda&lt;/strong&gt;: la borsa con i trenta denari, la corda dell&amp;rsquo;impiccato;&lt;/p&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;la salita al Calvario:&lt;/strong&gt; la corona di spine, la tunica, il mantello rosso gettato sulle spalle, lo scettro fatto per scherno con una canna, il lino della Veronica con il volto impresso, il &amp;ldquo;titulus crucis&amp;rdquo; (la scritta INRI);&lt;/p&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;la Crocifissione&lt;/strong&gt;: il martello, i chiodi, le pinze, le tenaglie, due mani e due piedi trafitti, un cuore fiammeggiante che rappresenta le cinque piaghe di Cristo, le croci dei due ladroni, la spugna posta su una pertica e imbevuta di aceto, il recipiente che conteneva quell&amp;rsquo;aceto, la lancia del centurione Longino, le vesti di Cristo divise in quattro parti dai legionari e giocate ai dadi, i dadi dei legionari, il sole e la luna (l'eclissi al momento della morte), la scala (utilizzata per tirare il corpo gi&amp;ugrave; dalla croce), il Sudario;&lt;/p&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;figure varie&lt;/strong&gt;: due angeli, la Vergine, San Giovanni, il Centurione Longino, ecc..&lt;/p&gt;
&lt;/li&gt;
&lt;/ol&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Gli%20Arma%20Christi,%20sulla%20Croix%20du%20Coq%20a%20Bessans,%20in%20Savoia.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Gli "Arma Christi" sulla "Croix du Coq" a Bessans.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non esiste tuttavia &lt;strong&gt;un numero obbligatorio di oggetti&lt;/strong&gt;: alcune croci sono pi&amp;ugrave; ricche, altre pi&amp;ugrave; povere. Molte Croci della Passione, che si trovano nei crocicchi francesi, a volte sono realizzate in ferro battuto e portano soltanto la lancia di Longino e la pertica della spugna incrociate, assieme al gallo sulla sommit&amp;agrave;; per contro, una celebre &lt;strong&gt;&amp;ldquo;Creu dels Improperis&amp;rdquo;&lt;/strong&gt; in Catalogna, reca &lt;strong&gt;ben 214 &amp;ldquo;Arma Christi"&lt;/strong&gt; (anche ripetuti).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tradizionalmente &lt;strong&gt;il gallo, in Francia, viene posto sulla sommit&amp;agrave;&lt;/strong&gt; &lt;em&gt;(&amp;ldquo;Croix du Coq&amp;rdquo;)&lt;/em&gt;, mentre le Croci della Foresta Nera (chiamate &lt;em&gt;&amp;ldquo;Longinkreuz&amp;rdquo;&lt;/em&gt;), mostrano sempre, oltre alla sua lancia, anche il personaggio del Centurione Longino.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Come ho detto, le Croci possono essere monumentali, ma possono trovarsi anche all&amp;rsquo;interno delle chiese (come dipinti, affreschi o bassorilievi, o come croci appese alle pareti delle navate), oppure, con dimensioni pi&amp;ugrave; piccole, come croci processionali.&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-4 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Croix%20du%20Coq%20a%20Le%20Villaron,%20presso%20Bessans..jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;"Croix du Coq" a Le Villaron, presso Bessans.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-8 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/La%20Croix%20du%20Coq%20o%20Croix%20de%20Mission,%20a%20Saint-Véran,%20nel%20Queyras%20(Photo%20par%20Guy%20OB).jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;La "Croix du Coq" o "Croix de Mission" a Saint-Véran, nel Queyras.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le &amp;ldquo;Croci della Passione&amp;rdquo;, si diffusero altres&amp;igrave;, come oggetti devozionali domestici. In Maurienne, oltre alla pi&amp;ugrave; celebre "Croix du Coq" di Bessans, si pu&amp;ograve; ammirare &lt;strong&gt;un&amp;rsquo;altra croce a Le Villaron&lt;/strong&gt;, anch&amp;rsquo;essa con il gallo alla sommit&amp;agrave;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Chi invece vuole passare dal Monginevro, potr&amp;agrave; vedere u&lt;strong&gt;n&amp;rsquo;altra celebre croce nel Queyras, a Saint-V&amp;eacute;ran&lt;/strong&gt;. Tantissime altre croci del genere,si trovano nel Midi della Francia. Croci processionali con gli &amp;ldquo;Arma Christi", si trovano nella Penisola Iberica e nella penisola italiana.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una croce famosa &amp;egrave; la &lt;strong&gt;"Croxe do Gallo"&lt;/strong&gt;, che viene portata in processione a Savona, il Venerd&amp;igrave; Santo. Per qualche ragione oscura, non sono riuscito a trovare delle croci del genere, nell&amp;rsquo;area piemontese, se non dipinte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/La%20raffigurazione%20degli%20Arma%20Christi%20accanto%20alla%20Croce,%20nell'affresco%20di%20Giacomo%20Jaquerio%20a%20Sant'Antonio%20di%20Ranverso.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;La raffigurazione degli "Arma Christi" accanto alla Croce, nell'affresco di Giacomo Jaquerio a Sant'Antonio di Ranverso.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Gli%20Arma%20Christi,%20in%20affresco,%20nella%20chiesa%20di%20St.%20Georg,%20a%20Taisten.(Südtirol-Alto%20Adige).%20Taisten%20è%20detta%20anche,%20in%20italiano,%20Monguelfo-Tesido.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Gli "Arma Christi" in affresco nella chiesa di St. Georg, a Taisten (Südtirol-Alto Adige).&amp;nbsp;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-4 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Croix%20de%20la%20Passion%20à%20Bessans,%20en%20Savoie,%20France.%20(Photo%20par%20Maurienne%20Sabaudia).jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;"Croix de la Passion" a Bessans.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-4 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Croix%20du%20Coq%20a%20Beuil%20(Alpi%20Marittime).jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;"Croix du Coq" a Beuil (Alpi Marittime).&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-4 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/La%20Croxe%20do%20Gallo,%20che%20viene%20portata%20in%20processione%20a%20Savona.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;La "Croxe do Gallo", che viene portata in processione a Savona.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 01 Oct 2025 14:03:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/la-storia-delle-croix-du-coq-uno-dei-simboli-di-bessans-in-maurienne</guid></item><item><title>La raccolta dei funghi: il “Re del Bosco” da Ötzi al Mercato di Giaveno</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/la-raccolta-dei-funghi-il-re-del-bosco-da-otzi-al-mercato-di-giaveno</link><description>&lt;p&gt;Con le piogge d&amp;rsquo;autunno entra nel vivo &lt;b&gt;la stagione dei funghi&lt;/b&gt;. In breve sono sulla bocca di tutti, chi sa li trova, chi pu&amp;ograve; li mangia, tutti ne parlano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il fungo, il &lt;b&gt;&amp;ldquo;Re dei Boschi&amp;rdquo;&lt;/b&gt;, &amp;egrave; &lt;b&gt;un oggetto misterioso&lt;/b&gt;: nel Settecento &lt;span style="font-weight: normal;"&gt;Linneo&lt;/span&gt; lo classific&amp;ograve; nel regno vegetale, anche se privo di radici, foglie, fiori e clorofilla. Per queste particolarit&amp;agrave; nell&amp;rsquo;Ottocento gli hanno assegnato un regno a parte, tutto suo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Un re ingordo,&lt;/b&gt; che si nutre di sostanze organiche elaborate da altri organismi e si riproduce non attraverso stadi embrionali come le piante e gli animali, ma tramite spore. Alcuni esemplari si riproducono in modo asessuato, con spore che si sviluppano e staccano dalla madre dando origine a nidiate di funghi, o con spore maschio e femmina che, portate dal vento, dall&amp;rsquo;acqua o dagli insetti, si accoppiano e originano un nuovo individuo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Un re capriccioso&lt;/b&gt;, che non si lascia coltivare, che pu&amp;ograve; essere molto buono e curativo, ma anche cattivo e assassino, strano nelle forme, capace di luminescenza e di creare allucinazioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli antichi egizi lo chiamavano &lt;i&gt;&amp;ldquo;erba dell&amp;rsquo;immortalit&amp;agrave;&amp;rdquo;&lt;/i&gt; e lo riservavano ai Faraoni. I Romani ne apprezzavano la bont&amp;agrave;, ma ne temevano il veleno, lo chiamavano &lt;i&gt;&amp;ldquo;portatore di morte&amp;rdquo;&lt;/i&gt; (&lt;em&gt;funus &lt;/em&gt;= morte &lt;em&gt;&amp;agrave;go &lt;/em&gt;= porto). Nerone divenne imperatore quando la madre Agrippina fece fare indigestione di funghi al marito Claudio, che li trovava &lt;b&gt;&amp;ldquo;buoni da morire&amp;rdquo;&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;LEGGI ANCHE: &lt;a href="/blog/enogastronomia/i-funghi-dal-sottobosco-alla-padella-indicazioni-pratiche-bulaie-piu-o-meno"&gt;I funghi, dal sottobosco alla padella. Indicazioni pratiche per bulai&amp;egrave; pi&amp;ugrave; o meno esperti&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Lasciando stare i pettegolezzi e le tante leggende fiorite attorno a questo essere inclassificabile, le certezze sono che il pi&amp;ugrave; antico disegno di un fungo, a scopo rituale, risale ad almeno &lt;b&gt;7000 anni fa&lt;/b&gt; e si trova nel Sahara, a ricordo di un passato non desertico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/funghi_via_breccia1.jpeg" border="0" alt="Il mercato di Via della Breccia" data-entity-type="file" data-entity-uuid="8960ac56-d8c5-45aa-ad64-3116d8e2848b" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Il mercato di Via della Breccia in una vecchia immagine. L'annata sembra una di quelle in cui i funghi crescono in abbondanza, quando arriva la &amp;ldquo;bulai&amp;agrave;&amp;ldquo;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il pi&amp;ugrave; antico &lt;i&gt;&lt;b&gt;&amp;ldquo;bulai&amp;ugrave;r&amp;rdquo;&lt;/b&gt;&lt;/i&gt; europeo documentato non &amp;egrave; di Giaveno ma &amp;egrave; il famoso &lt;b&gt;&amp;Ouml;tzi&lt;/b&gt;, l&amp;rsquo;uomo di Similaun vissuto oltre 3000 anni fa. La mummia, conservata dal ghiaccio e rinvenuta nel 1991 nelle Alpi Tirolesi, aveva con s&amp;eacute; un kit medicinale contenente il fungo &lt;i&gt;&amp;ldquo;Piptoporus betulinus&amp;rdquo;&lt;/i&gt;, importante per le sue attivit&amp;agrave; antibiotiche e vermifughe, e una massa lanuginosa ottenuta dal fungo &amp;ldquo;fomes fomentarius&amp;rdquo;. Studi hanno dimostrato che era infettato da vermi intestinali e che quindi probabilmente si stava curando con i funghi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Molto pi&amp;ugrave; vicina ai giorni nostri la prima documentazione di una &lt;b&gt;compravendita di funghi a Giaveno&lt;/b&gt;: dal libro dei conti del 1659 risulta che la Madama Reale, in villeggiatura nel castello di Giaveno, pag&amp;ograve; una &lt;b&gt;mezza doppia di Spagna&lt;/b&gt; ad una ragazza che le aveva portato dei funghi porcini.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Che nell&amp;rsquo;Ottocento a Giaveno si tenesse regolare mercato dei funghi lo documenta la delibera con cui nel 1892 il sindaco Fasella sposta &amp;ldquo;in via sperimentale&amp;rdquo; dal Paschero a &lt;b&gt;via della Breccia&lt;/b&gt; (oggi via Marchini) il mercato dei funghi. Non so quanto &amp;egrave; durato l&amp;rsquo;esperimento, ma da quella via troppo appartata a un certo punto il mercato si &amp;egrave; spostato in &lt;b&gt;Piazza Molines&lt;/b&gt;, dov&amp;rsquo;&amp;egrave; adesso. Un timido tentativo di collocarlo sotto l&amp;rsquo;ala di Piazza Mautino &amp;egrave; subito naufragato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Mercato dei funghi a Giaveno_ in piazza Molines_ 2013_0.jpeg" border="0" alt="Mercato dei funghi a Giaveno, in piazza Molines, 2013" data-entity-type="file" data-entity-uuid="bbb3783a-29e5-4077-9e1f-cd4fe0e79df9" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Mercato dei funghi a Giaveno in piazza Molines (anno 2013).&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;LEGGI ANCHE: &lt;a href="/blog/sagre-e-tradizioni/giaveno-fungo-festa-e-lappuntamento-piu-atteso-dellanno-boulajour-e"&gt;A Giaveno "Fungo in Festa" &amp;egrave; l'appuntamento pi&amp;ugrave; atteso dell'anno: boulajour e ristoratori pronti con i porcini&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;b&gt;Il mercato dei funghi di &amp;ldquo;via della Breccia&amp;rdquo;&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Testo di &lt;i&gt;Alfredo Gerardi&lt;/i&gt;, tratto dal libro &lt;strong&gt;Giaveno. &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;N&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;ei suoi monumenti, nella sua arte, nella leggenda e nei suoi ricordi,&lt;/strong&gt;&lt;em&gt; &lt;/em&gt;Giaveno, Carnisio, 1977.&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Tra le molte risorse naturali di cui &amp;egrave; sempre stata ricca a dovizia la citt&amp;agrave; dalla stella d&amp;rsquo;oro in campo azzurro, primeggiano gli oscuri e squisiti campioni del sottobosco, che avvicendano la loro breve esistenza ai piedi del faggio, del castano e del rovere, seminascosti dall&amp;rsquo;erica o dall&amp;rsquo;umida muffa.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Il mercato giavenese dei funghi ha avuto rinomanza in ogni tempo per la quantit&amp;agrave; e la qualit&amp;agrave; del prodotto offerto, per l&amp;rsquo;afflusso dei compratori, ed anche dei ricercatori dilettanti.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Negli archivi comunali esiste un conteggio di spese varie della corte sabauda in villeggiatura nel Palazzotto, relative al 1659, in cui tra l&amp;rsquo;altro si nota l&amp;rsquo;erogazione di mezza doppia di Spagna ad una ragazza, venuta a portare funghi a Madama Reale: i delicati porcini nostrani, che fanno cos&amp;igrave; bella mostra nei caratteristici canestri di giunco a forma di bigoncia.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Sino a qualche anno fa la vendita quotidiana dei &lt;/i&gt;&lt;em&gt;&lt;i&gt;b&amp;ograve;l&amp;eacute; &lt;/i&gt;&lt;/em&gt;&lt;i&gt;durante la stagione del raccolto aveva luogo al fondo della &amp;laquo;via della Breccia&amp;raquo;, all&amp;rsquo;ombra del platano tricentenario, dispensiere dell&amp;rsquo;ultima illusione del fresco al fungo e di un reale benessere ai venditori accaldati per le lunghe marce.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;La localit&amp;agrave; era stata scelta sotto l&amp;rsquo;amministrazione del sindaco Fasella con delibera del 29 maggio 1892, in cui si provvedeva che &amp;laquo;il mercato dei funghi, in via di esperimento&amp;raquo;, si trasferisse dal Paschero &amp;laquo;nella strada della Breccia superiormente alla porta carraia della casa dei fratelli Gaido&amp;raquo;.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Attualmente le contrattazioni e la mostra dei prodotti nei tipici cesti avvengono in piazza Francesco Molines, sotto una apposita tettoia a lato del condominio S. Cecilia, primo &amp;laquo;grattacielo&amp;raquo; giavenese.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Continua al leggere sul sito&amp;nbsp;&lt;a href="https://scuolaguido.altervista.org/funghi-in-bocca-dal-bulaiur-otzi-al-mercato-di-giaveno/"&gt;"Scuola Guido"&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;</description><pubDate>Fri, 26 Sep 2025 13:17:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/la-raccolta-dei-funghi-il-re-del-bosco-da-otzi-al-mercato-di-giaveno</guid></item><item><title>L'antica fucina di Bruzolo</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/l-antica-fucina-di-bruzolo</link><description>&lt;p class="p1"&gt;Il pi&amp;ugrave; antico documento in cui &amp;egrave; menzionato &lt;strong&gt;Bruzolo&lt;/strong&gt;, &lt;i&gt;Brosiolae&lt;/i&gt;, &amp;egrave; il Testamento di Abbone del 739. Nel 1227 &amp;egrave; concesso in feudo, da Tommaso I di Savoia, a Beltramino di Montm&amp;eacute;lian: il 30 agosto a Susa, viene stilato il primo documento noto relativo all&amp;rsquo;infeudamento del paese.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;La casata di Beltramino, i &lt;strong&gt;&lt;i&gt;Bertrandi&lt;/i&gt;&lt;/strong&gt;, si estinguer&amp;agrave; nel 1408. I De La Rivoire ne otterranno l&amp;rsquo;investitura fino al 1530. Da allora, di vendita in vendita, si avvicenderanno altre famiglie fino a Bertone Grosso di Carignano, Conte di Riva, Cavaliere del Santo Sepolcro e ai suoi discendenti: nel 1610, ospiteranno Carlo Emanuele I di Savoia e gli emissari del Re di Francia per il &amp;ldquo;&lt;i&gt;Trattato di Bruzolo&lt;/i&gt;&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p class="p1"&gt;&lt;strong&gt;LEGGI ANCHE: &lt;a href="https://www.laboratorioaltevalli.it/blog/un-po-di-storia/nel-1610-bruzolo-si-firmano-due-trattati-che-avrebbero-potuto-cambiare-la"&gt;1610: a Bruzolo si firmano due trattati che avrebbero potuto cambiare la storia&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Il 24 dicembre 1797 l&amp;rsquo;ultima Contessa, Faustina Grosso Mazzetti, vende il vasto possesso comitale al ricco commerciante di cavalli e terraglie &lt;b&gt;Giuseppe Antonio Olivero&lt;/b&gt;, classe 1754, nativo di Mocchie. Del patrimonio fanno parte &lt;b&gt;il castello&lt;/b&gt;, terre, boschi, pascoli, mulini e la&lt;i&gt; &lt;/i&gt;&lt;b&gt;Fucina&lt;/b&gt;, risalente al secolo XIII e ancora oggi conservata.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Giuseppe &amp;egrave; capostipite di un&amp;rsquo;altra lunga discendenza, seguita da quella dei &lt;b&gt;Marconcini&lt;/b&gt;, con loro imparentati da parte materna: acquisteranno il nucleo centrale del castello e nel 2015 lo cederanno alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Torino. Sono il segno di una nuova epoca che avanza: l&amp;rsquo;Ottocento, il secolo della borghesia.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;La &lt;i&gt;fucina &lt;/i&gt;sorge a fianco della vecchia "&lt;i&gt;bealera dei molini&lt;/i&gt;", nella parte alta del paese: opera tramite una forgia costruita in un edificio in pietra. Rimane di propriet&amp;agrave; della famiglia Olivero fino alla fine del 1900.&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-4 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-09/FOTO%201.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-4 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-09/FOTO%202-1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-4 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-09/FOTO%203-1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Per funzionare necessita del torrente Pissaglio. &lt;i&gt;S&lt;/i&gt;u di esso si basa l&amp;rsquo;economia del paese: l'acqua &amp;egrave; utilizzata per uso domestico e irriguo, per i pochi opifici e per il bestiame. Con l&amp;rsquo;affluente Siccardera origina proprio la &lt;b&gt;"bealera dei molini"&lt;/b&gt;: dalla fine del 1400 ne sono attivi tre. Lungo il suo corso si impiantano anche due laboratori per il trattamento della canapa e poco pi&amp;ugrave; gi&amp;ugrave; sorgono l'officina di un fabbro, un frantoio per olio e, dal 1924, la societ&amp;agrave; elettrica &lt;i&gt;La Bruzolese&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;La ruota, in legno e pietra, che mette in funzione il maglio, &amp;egrave; azionata proprio dall&amp;rsquo;acqua della &amp;ldquo;bealera&amp;rdquo;: quantit&amp;agrave; e velocit&amp;agrave; regolano la caduta del maglio stesso, collegato alla ruota da un albero ligneo di trasmissione del moto, determinando cos&amp;igrave; i vari tipi di lavorazione.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Il primo documento in cui &amp;egrave; citata, conservato all&amp;rsquo;Archivio di Stato torinese, &lt;strong&gt;&amp;egrave; del 1282&lt;/strong&gt;: Ugone Bertrandi &lt;i&gt;de Canusco&lt;/i&gt;, Chianocco, Signore di Bruzolo, fa da mediatore con la Certosa di Monte Benedetto per conto di certi Carrera e Ventura che vogliono impiantare &amp;ldquo;&lt;i&gt;forni e fucine per la produzione e il lavoro del ferr&lt;/i&gt;o&amp;rdquo;, ricavando il &amp;ldquo;&lt;i&gt;combustibile necessario al loro negozio&lt;/i&gt;&amp;rdquo; da boschi di propriet&amp;agrave; dei monaci. Il 23 agosto i Certosini concedono loro, in enfiteusi, l&amp;rsquo;uso di terreni a patto che il legname si utilizzi solo per produrre carbone. Limitato anche l&amp;rsquo;asporto: quello necessario per alimentare un forno e una, al massimo due, fucine costruite a Bruzolo e &amp;ldquo;&lt;i&gt;non altrove&lt;/i&gt;&amp;rdquo; perch&amp;eacute; &amp;ldquo;&lt;i&gt;cos&amp;igrave; fu pattuito tra essi contraenti&lt;/i&gt;&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Il sottobosco &amp;egrave; riservato al pascolo per gli armenti della Certosa: i locatari possono &amp;ldquo;&lt;i&gt;pascervi&lt;/i&gt;&amp;rdquo; gli animali usati per i trasporti.&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-09/FOTO%204-1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-09/FOTO%205-1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Tra gli stipulanti, non ufficialmente, c&amp;rsquo;&amp;egrave; il nobile Ugone: &amp;egrave; il principale interessato ad una fonderia-fucina nel feudo. Compare poi come garante dei due.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Il canone imposto ai locatari comprende una somma una tantum, 10 lire susine, un affitto annuo di 40 soldi e un rifornimento di cento libbre di ferro lavorato &amp;ldquo;&lt;i&gt;al peso di Susa&amp;rdquo;.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;La fonderia rimane attiva fino al 1720 e il 24 dicembre 1797 &amp;egrave; cos&amp;igrave; acquistata dall&amp;rsquo;Olivero. L'uomo ora vive a Condove: la scelta &amp;egrave; dettata dalle sue attivit&amp;agrave; commerciali, favorite dall&amp;rsquo;istituzione, nel 1780, del mercato settimanale.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Il 1797 &amp;egrave; l&amp;rsquo;anno della svolta: da commerciante a &lt;strong&gt;castellano di Bruzolo&lt;/strong&gt;. La vigilia di Natale, a Torino nel palazzo del Marchese Graneri, firma con la Contessa Faustina l&amp;rsquo;atto di acquisto: &amp;egrave; ora proprietario di tutti i &amp;ldquo;&lt;i&gt;beni, edifizi, effetti, diritti e mobili&lt;/i&gt;&amp;rdquo; posseduti da lei in paese, a San Didero, Bussoleno, Chianocco e Borgone. Il prezzo pattuito &amp;egrave; di &amp;ldquo;&lt;i&gt;cento settanta mille lire del Piemonte da soldi venti caduna&lt;/i&gt;&amp;rdquo; da versare, in rate di ventimila lire, dal sesto anno dall&amp;rsquo;acquisto. Dal 1&amp;deg; gennaio 1799 per&amp;ograve; deve corrispondere gli interessi del quattro per cento sull&amp;rsquo;intera somma. Alla donna, annualmente e perennemente, vanno recapitate, a Torino, dieci &amp;ldquo;&lt;i&gt;brente&lt;/i&gt;&amp;rdquo; di vino e trecento &amp;ldquo;&lt;i&gt;rubi&lt;/i&gt;&amp;rdquo; di carbone, entrambi della migliore qualit&amp;agrave;.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;La Contessa giustifica la vendita con la lontananza di quei beni dalla sua residenza e la loro bassa rendita: sono sottoposti al pagamento dei tributi perch&amp;eacute; sciolti, dal Regio Decreto di Carlo Emanuele IV del 7 marzo, da ogni dipendenza feudale.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;La fucina &amp;egrave; eretta in un terreno che misura &amp;ldquo;t&lt;i&gt;rentatr&amp;eacute; tavole&lt;/i&gt;&amp;rdquo;, coltivate ad orto e a prato: una tavola corrisponde a 38,1 metri quadrati. &amp;Egrave; cos&amp;igrave; descritta: &amp;ldquo;&lt;i&gt;con fabbrica dentro in calcina con edificio girante a forza d&amp;rsquo;acqua che discende dal monte per la fucina, e martinetto fatto valere per mezzo di terza persona dal detto Signor Villata. Nel qual edificio vi esistono i seguenti utensigli cio&amp;egrave; un inchudine di ghisa, un maglio di ferro, un accialino di ghisa, una dama di ghisa, tre piattelline di ghisa, un suzzello con canna di ferro, una chiodera, una bicorda, tredici paia tenaglie&lt;/i&gt;&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-09/FOTO%206-1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-09/FOTO%207-1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-09/FOTO%208-2.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-09/FOTO%209-1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p class="p1"&gt;A quarantaquattro anni, l&amp;rsquo;Olivero, il 1&amp;deg; gennaio 1799, entra da padrone nel castello. Nelle stalle, addossate alla cinta muraria, due dei suoi figli proseguono la sua attivit&amp;agrave;: &lt;strong&gt;compravendita di cavalli e di bestiame&lt;/strong&gt;. Lui, dal 1803 al 1811, realizza l&amp;rsquo;arginatura della Dora e, nel 1816, del Torrente Pissaglio: non si sa se per conto o per obbligo del Comune.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Il 10 maggio 1820, a sessantasei anni, muore: il testamento redatto, a suo dire, per evitare liti fra i successori, nonostante le buone intenzioni contribuisce a ridurre e spezzettare i beni.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Gli eredi entrano in una lunga e costosa controversia con il Comune, che viene risolta dal Consiglio di Stato Sabaudo solo nel 1835. In una nota del 4 gennaio 1834, dell&amp;rsquo;Intendenza della Citt&amp;agrave; e Provincia di Susa si legge che &amp;ldquo;&lt;i&gt;le condizioni degli Eredi Ollivero trovasi di molto deteriorate dall&amp;rsquo;epoca della morte del loro padre Giuseppe, ed essere ora li medesimi gravati di debiti sino alla concorrente di lire 140.703 somma eccedente il loro patrimonio&lt;/i&gt;&amp;rdquo;.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Solo nel 1896 la famiglia si libera da debiti, vincoli e ipoteche. La propriet&amp;agrave; terriera, ridotta ai minimi termini, non d&amp;agrave; pi&amp;ugrave; sostentamento a tutti: alcuni diventano fabbri, falegnami, insegnanti, professionisti e operai, altri cercano fortuna in Francia e in America.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Ultimo fabbro della Fucina &amp;egrave; &lt;b&gt;Michele Olivero&lt;/b&gt;, premiato ai primi del 1960 con una medaglia d&amp;rsquo;oro: &amp;egrave; titolare della pi&amp;ugrave; antica fucina del Piemonte. La RAI riprende le lavorazioni effettuate, ma di l&amp;igrave; a poco l&amp;rsquo;Olivero cessa l&amp;rsquo;attivit&amp;agrave;.&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-09/Foto%2010.jpeg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Michele Olivero al lavoro (per gentile concessione della famiglia Olivero)&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
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&lt;p class="p1"&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-09/Foto%2011-1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Il Comune a fine 1900 acquisisce l'edificio: il pesante tetto in lose minaccia di crollare sulle strutture interne. Per scongiurare il rischio si restaura la copertura: il progetto &amp;egrave; di farne un ecomuseo.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;I lavori terminano nei primi mesi del 2008: riguardano anche il rifacimento di parte dell&amp;rsquo;abbaino, la pulitura e il restauro di tutte le murature, il restauro dei serramenti lignei e il consolidamento del soppalco: l&amp;rsquo;abitazione del fabbro.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Nel 2019 si completano invece gli interventi sulla ruota grande per la movimentazione del maglio e su quella per il movimento delle macchine utensili, sui canali di afflusso dell&amp;rsquo;acqua e dell&amp;rsquo;aria, sul tino di captazione dell&amp;rsquo;aria di insufflazione per la fornace e sul restauro conservativo di macchina lappatrice e mola per la filatura. All'interno un sistema di leggere passerelle permette di raggiungere i punti importanti della sua storia e di vedere i tanti attrezzi presenti, permettendo la scoperta delle antiche lavorazioni.&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-09/FOTO%2012-1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-09/FOTO%2013-1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</description><pubDate>Thu, 18 Sep 2025 15:10:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/l-antica-fucina-di-bruzolo</guid></item><item><title>La Certosa-grangia di Banda ed il trasferimento dei certosini ad Avigliana</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/la-certosa-grangia-di-banda-ed-il-trasferimento-dei-certosini-ad-avigliana</link><description>&lt;p&gt;A&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;Banda&lt;/b&gt;, frazione di Villar Focchiardo, il tempo sembra essersi fermato: il piccolo borgo, costituito da vecchie case di pietra, &amp;egrave; pervaso da un fascino antico e suggestivo.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il luogo, a 670 metri di altezza, nasce nel 1205, come&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;possedimento della Certosa di Monte Benedetto&lt;/b&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;ad un'altitudine pi&amp;ugrave; bassa e pi&amp;ugrave; accessibile e acquisisce progressivamente importanza grazie alla vicinanza con il fondovalle e le sue terre pi&amp;ugrave; ricche e produttive ed alla coltivazione della vite e del castagno: i superbi alberi che si vedono tuttora nei suoi pressi sono la testimonianza di quella presenza certosina.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I Monaci danno vita ad una vera e propria azione di accaparramento: nei consegnamenti del 1300-400 i castagneti sono molto numerosi in quota e a valle, ma la maggiore concentrazione si raggiunge attorno a Banda e all&amp;rsquo;altra grangia, Comboira.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-06/Foto%202%20Certosa%20di%20Banda%20(Carte%20top.%20per%20A%20e%20B,%20Susa%203%20n.7).jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;La Certosa di Banda in una carta del 1700.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il processo di accorpamenti di lotti e relativi diritti su Banda inizia, in realt&amp;agrave;, nel 1201 con l&amp;rsquo;acquisizione, dal &amp;ldquo;dominus&amp;rdquo; Chiaberto di San Giorio, di un fondo. L'11 febbraio 1205 Enrico Visconte di Baratonia e Consignore di Villar Focchiardo vende ai Certosini tutti i suoi diritti sul luogo. Il 19 febbraio questi comprano altri caseggiati da un certo Bernerio di San Giorio e dai suoi figli.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Banda &amp;egrave; ora una&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;&lt;i&gt;grangia&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;che funge da casa bassa e granaio monastico. Qui si curano anche i monaci della Certosa superiore, vi trascorrono l'inverno i pi&amp;ugrave; anziani e sostano i pellegrini che desiderano salirvi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;i&gt;grange&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;in origine sono un semplice luogo di raccolta dei prodotti, poi diventano un vero punto di coordinamento delle attivit&amp;agrave; di una certa zona. Impianti equiparabili alle odierne aziende agricole: collocate nelle zone di influenza della certosa, dotate di strutture, di personale e gestite da un converso chiamato&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;&lt;i&gt;frater grangerius&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Durante il primo mezzo secolo di vita di Monte Benedetto, Banda, assieme a Comboira, fa da filtro e protegge la solitudine dei Padri: la maggior parte degli atti monastici sono rogati in questi luoghi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;LEGGI ANCHE:&amp;nbsp;&lt;a href="https://www.laboratorioaltevalli.it/blog/un-po-di-storia/monte-benedetto-villar-focchiardo-unico-esempio-europa-di-certosa-primitiva"&gt;Monte Benedetto a Villar Focchiardo: unico esempio in Europa di certosa primitiva&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;La prima richiesta di trasferirvi la Certosa&lt;/b&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&amp;egrave; del 1430, ma &amp;egrave; respinta dal Capitolo Generale dell&amp;rsquo;Ordine. Nel 1461 i Padri, sempre pi&amp;ugrave; disagiati nella loro sistemazione di Monte Benedetto, protestano rifiutandosi di recitare l&amp;rsquo;Ufficio e celebrare la Messa comune. Un atto con i Canali, allora signori di Villar Focchiardo, &amp;egrave; stipulato, il 16 febbraio 1468, nella camera del Priore di Santa Maria di Monte Benedetto a Banda: forse alcuni monaci, o magari solo il Priore vi soggiornano gi&amp;agrave; stabilmente nel periodo invernale. Altri rifiuti seguono nel 1473 e nel 1488.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Finalmente il&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;15 maggio 1498&lt;/b&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;l&amp;rsquo;autorizzazione &amp;egrave; concessa: il provvedimento &amp;egrave; ufficialmente motivato dal degrado degli edifici della Casa Alta e dalla necessit&amp;agrave; di ricostruirli in un luogo protetto dalla minaccia delle acque.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Due anni dopo il trasferimento &amp;egrave; completato: quella che prima era una grangia ora &amp;egrave; una Certosa pur rimanendo molto simile alla sua configurazione primitiva. &amp;Egrave; unica nel suo genere: questo ne renderebbe importante e necessaria la conservazione. Monte Benedetto &amp;egrave; ridotta ad edificio per attivit&amp;agrave; silvo-pastorali ed affidata al Procuratore.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il Priore, non molto tempo prima del trasferimento a Banda, ha ampliato e riqualificato la primitiva costruzione, per fare posto all'intera Comunit&amp;agrave;: esistono gi&amp;agrave; cinque celle e probabilmente rimangono tali di numero, un chiostro eretto nel 1435 e a una piccola foresteria che ora &amp;egrave; ampliata. Si costruisce anche un mulino.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-06/FOTO%203%20Banda.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-06/FOTO%204%20Banda.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;La chiesa intitolata alla Madonna degli Angeli, situata su un roccione a strapiombo, &amp;egrave; eretta gi&amp;agrave; fra il 1200 e il 1250, sicuramente ad uso dei Conversi e probabilmente del Procuratore, del Priore e di altri Padri quando si recano alla grangia. &amp;Egrave; in stile romanico ed &amp;egrave; orientata.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con il trasferimento i monaci si portano dietro&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;il coro ligneo&lt;/b&gt;, a diciannove sedute, della chiesa di Monte Benedetto: &amp;egrave; semplicissimo con stalli chiusi da profondi baldacchini ed &amp;egrave; ritenuto uno degli arredi liturgici pi&amp;ugrave; antichi in territorio piemontese.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;Egrave; realizzato con due tipi di legno, abete bianco e noce: i Certosini possiedono una segheria in loco e le specie arboree utilizzate sono presenti nell&amp;rsquo;area, questo porta a pensare che la realizzazione sia opera degli stessi religiosi. &amp;Egrave; ora ricollocato, dopo il restauro del dicembre 2011, avvenuto nei laboratori della Fondazione Centro per la Conservazione ed il Restauro per i Beni Culturali &amp;ldquo;La Venaria Reale&amp;rdquo;, presso la chiesa parrocchiale di Villar Focchiardo.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Altri arredi sono trasferiti altrove, come l&amp;rsquo;&lt;i&gt;Adorazione del Bambino&lt;/i&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;di Defendente Ferrari, del 1518-20, ammirabile nella sacrestia della cattedrale di San Giusto a Susa.&lt;/p&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-06/FOTO%205%20banda.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-06/FOTO%206%20Banda.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;La struttura del&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;nucleo odierno di Banda,&lt;/b&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;adibita a cascinale ma per lo pi&amp;ugrave; in stato di decadimento ed abbandono, ricalca in parte la tipologia dell&amp;rsquo;antica Certosa: vi possono essere ancora individuati i resti del chiostro, la foresteria, la zona adibita alle celle dei monaci.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Parecchie sono le liti che intercorrono fra la Certosa e gli uomini di Villar Focchiardo. Sono giorni tristi per il Piemonte: pestilenze e scorrerie degli eserciti imperiali e francesi che se ne contendono il possesso. I privilegi e le esenzioni di cui ha sempre goduto la Certosa hanno ora poco valore.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La permanenza dei monaci a Banda dura poco pi&amp;ugrave; di cento anni: nel 1598 si trasferiscono ad&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;Avigliana&lt;i&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;presso il convento degli Umiliati.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel 1630, a causa dell&amp;rsquo;ennesima guerra i Certosini rientrano per&amp;ograve; a Banda. La Comunit&amp;agrave; qui si considera &amp;ldquo;&lt;i&gt;passeggera e raminga&amp;rdquo;&lt;/i&gt;, in attesa di una sistemazione definitiva e soprattutto meno disagiata. Il 12 dicembre 1637 il Priore, Don Pietro Caldera, sigla un accordo con l&amp;rsquo;Abate Commendatario di Novalesa e Arcivescovo di Torino, Antonio Provana dei Conti di Collegno, per il trasferimento dei suoi Padri e Conversi in quell&amp;rsquo;abbazia, dove vi sono rimasti solo tre monaci.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ha l&amp;rsquo;approvazione di Grenoble, ma non se ne fa nulla: la Duchessa reggente di Savoia Maria Cristina di Francia, &amp;ldquo;Madama Reale&amp;rdquo;, vedova di Vittorio Amedeo I, a cui spetta l&amp;rsquo;ultimo consenso, &amp;egrave; impegnata nelle lotte di successione con i cognati e abbandona, con il figlio, il Piemonte per la corte francese. Nel settembre 1640 rientra a Torino, ma non prima di aver visitato, il 7 e l&amp;rsquo;8, la&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;i&gt;Grande Chartreuse&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;a Saint-Pierre-de-Chartreuse, nei dintorni di Grenoble, Casa Madre dell&amp;rsquo;Ordine Certosino, dove fa voto di costruirne una simile a Torino.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il 6 marzo 1641, allo scopo, acquista da Ottavio Provana Conte di Collegno&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;Palazzo Data&lt;/b&gt;. Nell'acquisto sono comprese le pertinenze, il giardino e i boschi: 7 giornate, 70 tavole e 9 piedi. Il 30 aprile il comune di Collegno aliena al patrimonio ducale 35 giornate e 18 tavole di terreni circostanti e 38 giornate fuori dall&amp;rsquo;abitato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il 23 febbraio 1643 muore il Priore di Banda ed i monaci, per ordine di Padre Argentino, Jean Marcelain, superiore Generale dell&amp;rsquo;Ordine,&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;sono trasferiti a Collegno&lt;/b&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;assieme a quelli della Certosa di Mombracco. Fabbricati e terreni legati a Monte Benedetto e Banda sono incamerati nel patrimonio del nuovo monastero: &amp;egrave; il Procuratore di quest&amp;rsquo;ultima ad amministrare tutti i beni rimasti in Valle Susa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/2022-06/FOTO%207%20Certosa%20Collegno.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il 5 gennaio 1801, con l&amp;rsquo;invasione delle truppe napoleoniche,&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;la Certosa &amp;egrave; soppressa&lt;/b&gt;: diventa sede dell&amp;rsquo;Universit&amp;agrave; degli Studi. Monte Benedetto &amp;egrave; venduta a privati: i nuovi proprietari vi eseguono lavori per adattarla a cascina. Banda e la grangia di Moschiglione, come gi&amp;agrave; Collegno, rimangono allo stato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&amp;rsquo;ateneo rientra a Torino nel 1814 con la restaurazione sabauda. L'amministrazione delle Finanze dello Stato, il 20 febbraio 1816, la restituisce ai Certosini. Banda e Moschiglione, nonostante le insistenze dei monaci, sono affidate al capitolo di San Giusto di Susa.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il 29 maggio 1855 la Legge Rattazzi, che sopprime alcune comunit&amp;agrave; religiose, scaccia definitivamente i Certosini da Collegno che diviene, dal 1856, sede dell&amp;rsquo;&lt;i&gt;Ospizio dei Pazzi&lt;/i&gt;. Moschiglione e la Certosa di Banda, incamerate nuovamente dal governo, sono vendute a privati. La chiesa di quest&amp;rsquo;ultima &amp;egrave; affidata alla parrocchia di Santa Maria Vergine Assunta di Villar Focchiardo che a fine 1800 la riapre al culto.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Foto di&amp;nbsp;&lt;/i&gt;&lt;em&gt;Claudio Rosa&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;</description><pubDate>Wed, 10 Sep 2025 07:46:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/la-certosa-grangia-di-banda-ed-il-trasferimento-dei-certosini-ad-avigliana</guid></item><item><title>Due leggende e un “furto”: la storia del "Trittico del Rocciamelone"</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/due-leggende-e-un-furto-la-storia-del-trittico-del-rocciamelone</link><description>&lt;p&gt;Il 1&amp;deg; settembre 1358 &lt;strong&gt;Bonifacio Rotario&lt;/strong&gt; (Roero) da Asti comp&amp;igrave; la prima scalata documentata di una vetta alpina, collocando un prezioso ex voto, il famoso &lt;strong&gt;trittico in bronzo dorato&lt;/strong&gt;, sulla cima del Rocciamelone, dentro un piccolo antro scavato nella roccia, oggi &lt;strong&gt;inglobato nel Rifugio Cappella&lt;/strong&gt;, sotto la statua della Madonna.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Un&amp;rsquo;impresa allora difficilissima&lt;/strong&gt;, tentata una prima volta arrivando solo a 2854 metri. Qui stabil&amp;igrave; un accampamento che gli consent&amp;igrave; poi di salire in vetta. La localit&amp;agrave;, in onore dell&amp;rsquo;origine di Rotario, venne chiamata &lt;strong&gt;Ca&amp;rsquo; d&amp;rsquo;Asti&lt;/strong&gt; e vi sorgeranno una cappella e un Rifugio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Cà d'Asti - Emanuela Pi.jpg" border="0" alt="C&amp;agrave; d'Asti" data-entity-type="file" data-entity-uuid="ebdc647d-e95b-4d63-93b7-0efb7f6f2559" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Ca d'Asti (Emanuela Pi).&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Due leggende&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Due le ipotesi&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;sul motivo che spinse Bonifacio Rotario ad una impresa cos&amp;igrave; ardua.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La prima lo vede crociato prigioniero dei Turchi, che gli impongono la conversione o la morte. Salvarsi sembra impossibile e fa quindi alla Madonna &lt;strong&gt;una promessa estrema&lt;/strong&gt;: collocare una sua immagine &lt;strong&gt;sulla montagna pi&amp;ugrave; alta del Piemonte&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Miracolosamente riesce a fuggire e, avendo legami con Susa, dove vi &amp;egrave; ancora una &lt;strong&gt;Torre dei Rotari&lt;/strong&gt;, sceglie il Rocciamelone. Oggi sappiamo che non &amp;egrave; la montagna pi&amp;ugrave; alta, allora no. Ricordo anche un adagio popolare in&amp;nbsp;&lt;em&gt;patu&amp;agrave;&lt;/em&gt;&amp;nbsp;&amp;ldquo;&lt;em&gt;Muńv&amp;igrave;s Muńvis&amp;ugrave;ń u pas pa Rocimul&amp;ugrave;ń&lt;/em&gt;&amp;rdquo;, che conferma come nelle nostre valli il Rocciamelone fosse considerato la cima pi&amp;ugrave; alta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Torre dei Rotari_ Susa.JPG" border="0" alt="La &amp;quot;Torre dei Rotari&amp;quot; in via Palazzo di Citt&amp;agrave; a Susa" data-entity-type="file" data-entity-uuid="9a43e264-a453-48a1-9dd8-9d34a771b8eb" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;La "Torre dei Rotari" in via Palazzo di Citt&amp;agrave; a Susa.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La seconda, avanzata da Martelli &amp;ndash; Vaccarone nella &lt;strong&gt;&amp;ldquo;Guida delle Alpi Occidentali&amp;rdquo;&lt;/strong&gt; del 1889 e ripresa dall&amp;rsquo;avvocato Giulio Genin nella sua guida illustrata &amp;ldquo;Susa e Moncenisio&amp;rdquo; del 1908, presenta Bonifacio Rotario come un nobile e ricco mercante ghibellino esiliato nel 1348 da Asti e rifugiatosi presso dei parenti a Susa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le speranze di rientrare in citt&amp;agrave; si riaccendono quando nel 1356 &amp;nbsp;il marchese del Monferrato Giovanni II Paleologo dichiara guerra ai Visconti, cui Asti si era affidata fin dal 1342, e riesce ad occupare la citt&amp;agrave;. Ma i Visconti reagiscono e forse in questo frangente incerto Bonifacio fa voto alla Vergine di portare una sua immagine sul Rocciamelone, &lt;strong&gt;se potr&amp;agrave; rientrare in citt&amp;agrave; vittorioso&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nell&amp;rsquo;aprile del 1358 &amp;egrave; documentata &lt;strong&gt;la sua presenza a Bruges&lt;/strong&gt;, nelle Fiandre, e qui commissiona il trittico. L&amp;rsquo;8 giugno, con l&amp;rsquo;arbitrato dell&amp;rsquo;imperatore Carlo IV di Lussemburgo&amp;nbsp;viene siglata la pace con cui i Visconti rinunciano ad Asti, che resta sotto i Marchesi del Monferrato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/1100 Rocciamelone - Marco Cicchelli.jpg" border="0" alt="La cima del Rocciamelone (Marco Cicchelli)" data-entity-type="file" data-entity-uuid="45231956-9feb-4ee9-9333-215175787711" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Rocciamelone (Marco Cicchelli).&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Avendo ottenuto quanto desiderava, il coraggioso Rotario compie il suo voto e &lt;strong&gt;porta in vetta il trittico&lt;/strong&gt;, facendo probabilmente incidere sul momento la scritta sottostante che recita:&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Hic me aportav/it Bonefacius Rotarius civis Aste/nsis in honore &lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;D(omi)ni n(ost)ri Yh(ies)u C(hristi) et / beate Marie virginis an(n)o D(omi)ni MCCCL/VIII die p(ri)mo [sic] septe(m)ber&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;Qui mi port&amp;ograve; Bonifacio Roero, cittadino di Asti, in onore di Nostro Signore Ges&amp;ugrave; Cristo e della Beata Maria Vergine nell&amp;rsquo;anno del Signore 1358 il giorno primo settembre.&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Guido Mauro Maritano&lt;/em&gt; ne &lt;strong&gt;&amp;ldquo;Il Rocciamelone racconta&amp;rdquo;&lt;/strong&gt; si pone per&amp;ograve; un giusto interrogativo: come poteva essere certo Bonifacio Rotario, in aprile a Bruges, della data dell&amp;rsquo;ascesa su un monte che allora appariva impraticabile e che andava affrontato in condizioni meteo ottimali? La frase al passato e la difficolt&amp;agrave; di farla stare nello spazio, che ha portato a strane abbreviazioni, fanno pensare che possa essere stata incisa in un secondo tempo, a impresa avvenuta.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;LEGGI ANCHE:&amp;nbsp;&lt;a href="/blog/un-po-di-storia/risale-al-1358-il-trittico-del-rocciamelone-unopera-darte-insigne-e-preziosa"&gt;Risale al 1358 il Trittico del Rocciamelone, un'opera d'arte insigne e preziosa&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/1100 Trittico.jpg" border="0" alt="Trittico del Rocciamelone" data-entity-type="file" data-entity-uuid="421db2d2-3a04-40d7-8cff-1172c32e8ec9" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h2&gt;Il &amp;ldquo;furto&amp;rdquo;&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Il trittico rimase sul Rocciamelone, in un antro fatto scavare dallo stesso Bonifacio e mal riparato da una precaria costruzione in legno, fino al 1673 quando &lt;strong&gt;Giacomo Gagnor&lt;/strong&gt; di Novaretto, uomo semplice e considerato un po&amp;rsquo; pazzo, pensando di fare un piacere al Duca Carlo Emanuele II ed evitargli la fatica di salire in vetta, trasport&amp;ograve; il Trittico della Vergine dal Rocciamelone fino al castello di Rivoli, dove i Savoia erano in villeggiatura.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non si sa se il &amp;ldquo;ladro&amp;rdquo; fu punito o perdonato, ma il Trittico fu &lt;strong&gt;esposto nella chiesa dei Padri Cappuccini di Rivoli&lt;/strong&gt; e fu solennemente venerato con una novena di preghiere.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con un affollatissimo pellegrinaggio venne poi &lt;strong&gt;riaccompagnato a Susa&lt;/strong&gt;, custodito nella chiesa di San Paolo di Susa, ora soppressa, quindi nella Cattedrale di San Giusto (Altare delle Reliquie) e infine collocato nel 2000 nel &lt;a href="http://www.centroculturalediocesano.it/museo-di-susa.html"&gt;&lt;strong&gt;Museo Diocesano di Arte Sacra&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; della citt&amp;agrave;.&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Continua al leggere sul sito &lt;a href="https://scuolaguido.altervista.org/due-leggende-e-un-furto-per-il-trittico-del-rocciamelone/"&gt;"Scuola Guido"&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;</description><pubDate>Mon, 25 Aug 2025 10:48:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/due-leggende-e-un-furto-la-storia-del-trittico-del-rocciamelone</guid></item><item><title>Quando l’archeologia “libera” andava alla ricerca della città di Rama</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/la-leggenda-di-rama-quando-larcheologia-libera-andava-alla-ricerca-della</link><description>&lt;p&gt;I primi insediamenti in Valle di Susa hanno origini molto antiche e, come spesso accade, i miti tramandati nel tempo sono giunti fino a noi circondati da un alone di mistero. Una di queste leggende racconta la storia di una citt&amp;agrave; scomparsa proprio nella nostra valle. &lt;strong&gt;La citt&amp;agrave; di Rama.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nell&amp;rsquo;aprile del 1975 &lt;strong&gt;Stampa Sera&lt;/strong&gt; dedic&amp;ograve; due servizi a questa mitica citt&amp;agrave;, che veniva localizzata&lt;strong&gt; tra Caprie e Novaretto&lt;/strong&gt;, dove &lt;em&gt;&amp;ldquo;i contadini tramandano il ricordo di una citt&amp;agrave; scomparsa, e dalla terra affiorano numerosi antichi reperti&amp;rdquo;&lt;/em&gt;. Purtroppo, afferma l&amp;rsquo;articolo del 7 aprile 1975 intitolato &lt;strong&gt;&amp;ldquo;Una Pompei in Valle di Susa?&amp;rdquo;&lt;/strong&gt;, &lt;em&gt;&amp;ldquo;mancano i soldi per chiarire il mistero dell&amp;rsquo;antica Rama&amp;rdquo;&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il giorno successivo il giornale approfondisce ancora l&amp;rsquo;argomento della &lt;em&gt;&amp;ldquo;citt&amp;agrave; scomparsa in Valle di Susa&amp;rdquo;&lt;/em&gt;, chiedendosi &lt;strong&gt;&amp;ldquo;Dov&amp;rsquo;era la mitica Rama?&amp;rdquo;&lt;/strong&gt;. L&amp;rsquo;ipotesi dell&amp;rsquo;ubicazione nei dintorni di Caprie viene sostenuta dal ritrovamento di mattoni, cocci d&amp;rsquo;argilla e frammenti marmorei, a cui si aggiungono le immagini di resti di mura e di una colonna nei campi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/La Valle di Susa (Chiusa e Condove in primo piano) vista dalla via ferrata della Sacra - Falabractri.jpg" border="0" alt="Panorama sulla bassa Valle di Susa, con il Rocciamelone sullo sfondo. Secondo la leggenda da qualche parte ci sarebbe stata l'antica citt&amp;agrave; di Rama" data-entity-type="file" data-entity-uuid="894ab6b0-6531-4ff8-ab5a-d406f143f31f" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;Panorama sulla bassa Valle di Susa, con il Rocciamelone sullo sfondo. In questa zona, secondo la leggenda, ci sarebbe stata l'antica citt&amp;agrave; di Rama.&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Viene per&amp;ograve; ipotizzata anche un&amp;rsquo;ubicazione pi&amp;ugrave; a monte, &lt;strong&gt;tra Bruzolo e Bussoleno&lt;/strong&gt;, accreditata da una &lt;span&gt;testa antropomorfa&lt;/span&gt; presente in un cortile di Bruzolo. Per poi parlare ancora di un&amp;rsquo;altra possibile localizzazione, la &lt;strong&gt;&amp;ldquo;zona sacra del Maometto&amp;rdquo;&lt;/strong&gt; a Borgone, dove la tradizione popolare identifica con Maometto un bassorilievo scolpito su una parete rocciosa, che ora sappiamo essere un &lt;strong&gt;ex voto al Dio Silvano&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;SCOPRI DI Pi&amp;Ugrave;:&amp;nbsp;&lt;a href="/storia-e-tradizione/il-maometto-di-borgone"&gt;Il Maometto di Borgone&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Il giornale d&amp;agrave; poi conto delle polemiche, dai toni &lt;em&gt;&amp;ldquo;spesso accesi&amp;rdquo;&lt;/em&gt;, tra archeologi dilettanti ed archeologia ufficiale, un tema che &lt;strong&gt;La Stampa&lt;/strong&gt; aveva gi&amp;agrave; trattato alcuni anni prima (&lt;em&gt;&amp;ldquo;Archeologia ufficiale e &amp;ldquo;libera&amp;rdquo; in aiuto alla storia&amp;rdquo;&lt;/em&gt;, 7 maggio 1972). Anche in questo caso alcune delle ricerche citate riguardavano la Valle di Susa, in particolare alcune rocce scolpite &lt;em&gt;&amp;ldquo;tre millenni prima di Cristo&amp;rdquo;&lt;/em&gt; ritrovate a &lt;strong&gt;Villar Focchiardo&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La ricerca di ritrovamenti archeologici che potessero confermare i racconti mitici e le fonti bibliografiche antiche era ispirata dal gruppo torinese &lt;em&gt;"Spazio 4"&lt;/em&gt; ed in particolare dal suo presidente &lt;strong&gt;Giancarlo Barbadoro&lt;/strong&gt;, autore, anche in anni successivi, di numerosi libri sull'argomento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oggi in realt&amp;agrave;&amp;nbsp;le ricerche archeologiche pi&amp;ugrave; aggiornate sono concordi nel collocare l'antica citt&amp;agrave; celtica di Rama in territorio francese,&amp;nbsp;&lt;strong&gt;tra Embrun e Briancon&lt;/strong&gt;. Archeologi francesi ritengono di aver trovato i resti di Rama a &lt;strong&gt;La Roche de Rame&lt;/strong&gt; (nel comune di &lt;em&gt;Champcella&lt;/em&gt;), un sito che &amp;egrave; stato scavato attentamente ed &amp;egrave; divenuto oggetto di convegni e pubblicazioni.&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Roc Maol.jpeg" border="0" alt="Roc Maol e Mompantero" data-entity-type="file" data-entity-uuid="30ed8fa8-8d2d-4b0d-9cdc-957bb2bf2adf" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;span&gt;&lt;em&gt;Il libro &amp;ldquo;Roc Maol e Mompantero&amp;rdquo; &amp;egrave; stato recentemente ristampato.&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;Le ipotesi, pi&amp;ugrave; o meno fantasiose, sulla citt&amp;agrave; di Rama risalgono in realt&amp;agrave; &lt;strong&gt;a fine ottocento&lt;/strong&gt;, e precisamente al 1893, quando Matilde Dell&amp;rsquo;Oro-Hermil pubblic&amp;ograve; uno strano libretto dal titolo &lt;strong&gt;&amp;ldquo;Roc-Maol e Mompantero (Sue leggende e suoi abitanti)&amp;rdquo;.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questo libro posiziona la misteriosa citt&amp;agrave; all&amp;rsquo;interno di un triangolo di terra tra Foresto, Chianocco e San Giorio, sulla base di una piantina che si fa risalire al 1764. Secondo questa interpretazione Rama sorgeva &lt;strong&gt;alle falde del Roc-Maol&lt;/strong&gt; (antico nome del monte Rocciamelone) e scomparse in seguito ad un&amp;rsquo;alluvione, o ad una forte scossa di terremoto. Matilde Dell&amp;rsquo;Oro Hermil (1843-1927) nel libro coinvolge imperatori e contadini, dai frati dell&amp;rsquo;Abbazia di Novalesa a Dante Alighieri, dalle streghe del Pampal&amp;ugrave; a Victor Hugo, dai fantasmi a misteriose presenze aliene&amp;hellip;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La leggenda parla della citt&amp;agrave; di Rama come di un insediamento dalle fortezze megalitiche, che richiamavano quelle del Per&amp;ugrave; e dell&amp;rsquo;Oceania. La sua origine viene attribuita al &lt;strong&gt;Dio Fetonte&lt;/strong&gt;, il quale avrebbe scelto proprio questa localit&amp;agrave; per diffondere il suo sapere, attraverso una grande ruota forata d&amp;rsquo;oro. Tuttavia, la leggenda vuole che Rama nel tempo sia diventata anche molto altro: si narra, infatti, che in questo luogo venne conservato per molti anni il &lt;strong&gt;Graal&lt;/strong&gt;, sotto l&amp;rsquo;attenta custodia di creature semidivine.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Insomma, qualsiasi sia la verit&amp;agrave;, il fascino della citt&amp;agrave; di Rama continua ad alimentare miti e leggende.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;Gli articoli di "La Stampa"&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/75-04-07 Stampa Sera (Pompei).jpg" border="0" alt="Una Pompei in Valle di Susa? Stampa Sera, 7 aprile 1975 (Archivio Storico La Stampa)" data-entity-type="file" data-entity-uuid="f56fec13-16c4-477d-82d5-65d0cc8a17ec" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;"Una Pompei in Valle di Susa?" Stampa Sera, 7 aprile 1975 (Archivio Storico La Stampa).&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/75-04-08 Stampa Sera (Rama).jpg" border="0" alt="Dov'era la mitica rama? Stampa Sera, 8 aprile 1975 (Archivio Storico La Stampa)" data-entity-type="file" data-entity-uuid="3e3030c3-551c-48c1-8285-7c2f5975addb" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;"Dov'era la mitica Rama?" Stampa Sera, 8 aprile 1975 (Archivio Storico La Stampa).&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/72-05-07 La Stampa (Piemonte).jpg" border="0" alt="&amp;quot;Piemonte di 5 mila anni fa&amp;quot;. La Stampa, 7 maggio 1972 (Archivio Storico La Stampa)" data-entity-type="file" data-entity-uuid="8d8c645c-500a-41d8-bcca-e16836939ec8" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;"Piemonte di 5 mila anni fa". La Stampa, 7 maggio 1972 (Archivio Storico La Stampa).&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;</description><pubDate>Thu, 07 Aug 2025 11:08:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/la-leggenda-di-rama-quando-larcheologia-libera-andava-alla-ricerca-della</guid></item><item><title>8 luglio 1944. Poche munizioni, rotolano le pietre: è la vittoria partigiana di Balmafol</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/8-luglio-1944-poche-munizioni-rotolano-le-pietre-e-la-vittoria-partigiana-di</link><description>&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;L'8 luglio 1944 la &lt;strong&gt;battaglia di Balmafol &lt;/strong&gt;(nella foto di Silvano Gallino lo stato attuale dell'alpeggio)&amp;nbsp;fu decisa dalle pietre.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;Fu infatti una scarica di macigni, spinti gi&amp;ugrave; dai ripidi versanti, a permettere alla &lt;strong&gt;28&amp;deg; brigata Walter Fontan&lt;/strong&gt; di mettere in fuga il reparto fascista che intendeva annientare i&amp;nbsp;&lt;strong&gt;partigiani&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;dislocati&amp;nbsp;sulla montagna bussolenese.&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Quel giorno le camicie nere (28&amp;deg; battaglione "M.M") volevano&amp;nbsp;serrare i partigiani de&lt;span&gt;lla montagna bussolenese&amp;nbsp;&lt;/span&gt;con una manovra a tenaglia, salendo sia da &lt;strong&gt;Balmafol,&lt;/strong&gt; dove avrebbero incontrato il caposaldo dello schieramento partigiano, che dalle &lt;strong&gt;Combe&lt;/strong&gt;, lungo l'itinerario Bussoleno-Chianocco-Mol&amp;eacute;- Strobiette&lt;strong&gt;.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;La formazione partigiana invece&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt; &lt;strong&gt;era disposta a ferro di cavallo&lt;/strong&gt; sulle pendici della Grand'Uia e lungo il vallone del torrente Prebec, mentre &lt;span&gt;Balmafol era occupata dai distaccamenti "Leschiera" e "A.Rossero". La brigata aveva un armamento leggero ma era &lt;/span&gt;&lt;span&gt;composta da&lt;/span&gt;&lt;span&gt; membri temprati: una quindicina di uomini erano dislocati in zona Adoj, sopra Falcemagna, un'altra cinquantina a Balmafol.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Furono proprio le sentinelle dell'Adoj a scorgere, verso le 4.30 del&lt;/span&gt;&lt;span&gt;l'&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;8 luglio 1944&lt;/strong&gt;&lt;span&gt;,&lt;/span&gt; la prima avanzata &lt;strong&gt;fascista&lt;/strong&gt; che si dirigeva a Balmafol, cercando di sorprendere la brigata. Quel giorno, a Bruzolo, alle 10 si sarebbe dovuto svolgere uno scambio di prigionieri tra tedeschi e partigiani. Era pertanto in corso una &lt;strong&gt;tregua d'armi &lt;/strong&gt;&lt;span&gt;e l'at&lt;/span&gt;tacco fascista rappresent&amp;ograve; un &lt;strong&gt;vero e proprio tradimento&lt;/strong&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;La colonna si trovava a breve distanza, circa 500 metri, dall'accampamento partigiano: anzich&amp;egrave; utilizzare i consueti tre colpi di moschetto per dare l'allame, il gruppo avanzato prefer&amp;igrave; farsi precedere da una staffetta diretta a Balmafol per avvisare del pericolo, ripiegando al contempo verso il caposaldo. I partigiani si mossero rapidamente, &lt;strong&gt;abbandonando alle loro spalle le tende&lt;/strong&gt;, che avrebbero rappresentato un inutile peso e rallentamento durate la ritirata.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Una volta giunti in vista delle tende partigiane abbandonate, i fascisti pensarono di aver sorpreso i partigiani&amp;nbsp;nel sonno: immediata part&amp;igrave; una &lt;strong&gt;sventagliata di raffiche di &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;mitra&lt;/strong&gt;. Sotto quel fuoco, tuttavia, rimasero soltanto brandelli di tenda: la retroguardia del gruppo mobile stava infatti raggiungendo il caposaldo di Balmafol. I fascisti capirono cos&amp;igrave; di essere stati tratti in inganno.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Non c'era comunque tempo da perdere: agli ordini del comandante &lt;strong&gt;Falco&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;(Alessandro Ciamei, &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;un ex tenente originario di Faenza)&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;, i partigiani dovevano fronteggiare l'attacco di un battaglione ben armato in soli 60 uomini, dotati di fucili antiquati, qualche mitragliatore e poche munizioni, che avrebbero consentito un combattimento limitato nel tempo.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/La battaglia di Balmafol e delle Combe-1.jpg" border="0" alt="La battaglia di Balmafol raccontata dal comandante Falco" data-entity-type="file" data-entity-uuid="36126e58-2925-4141-bd14-79467d163dc4" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;em&gt;La battaglia di Balmafol raccontata dal comandante Falco. Testimonianza raccolta dall'ANPI.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Mentre il comandante Falco ed i suoi studiavano il piano per fermare l'avanzata nemica, probabilmente per il gran coinvolgimento emotivo dal fucile di un giovane partigiano &lt;strong&gt;part&amp;igrave; inavvertitamente un colpo&lt;/strong&gt;, che dette il via allo scontro. Subito nel vallone si diffuse l'eco degli spari ed i fascisti, continuando a sparare, si rifugiarono nei vallonetti sostostanti.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;L'intenzione dei partigiani era di rimanere al sicuro rinviando la fuga alla sera, quando le tenebre avrebbero reso pi&amp;ugrave; facile lo sganciamento. Ma erano soltanto le 10 del mattino, ed i partigiani dovevano comunque rispondere ai colpi ricevuti: cos&amp;igrave; facendo avrebbero eroso la gi&amp;agrave; contenuta disposizione di munizioni e prima dell'imbrunire si sarebbero trovati disarmati.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Fu l'ingegno del figlio di un margaro, non avvezzo all'uso delle armi ma molto pratico, a suggerire la soluzione migliore per risparmiare colpi senza allentare la guardia: &lt;strong&gt;far rotolare dei macigni addosso ai nemici&lt;/strong&gt;.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;I fascisti, spaventati dal boato, &lt;strong&gt;uscirono allo scoperto&lt;/strong&gt; per capire cosa stava succedendo e, investiti dal violento fuoco dei partigiani e minacciati dai macigni, &lt;strong&gt;si diedero alla fuga&lt;/strong&gt;, abbandonando armi, munizioni ed equipaggiamento, inseguiti dal fuoco delle mitragliatrici.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Intanto, la seconda colonna di attaccanti, ignara della sorte dei propri camerati, continuava la salita verso le Combe, dove una ventina di partigiani li attendeva per respingere l'attacco.&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;strong&gt;La battaglia delle Combe&lt;/strong&gt; dur&amp;ograve; 4 ore, supportata dal sopraggiungere dei partigiani di Balmafol, che avevano nel frattempo raggiunto i compagni con armi automatiche a lunga gittata.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/42ma brigata garibaldi.jpeg" border="0" alt="Borgone Susa, ultimi giorni dell'aprile 1945. In posa una parte del distaccamento di partigiani sovietici che ha combattuto nella 42&amp;ordf; Brigata della 3&amp;ordf; Divisione Garibaldi. Tra loro il comandante della brigata, Alessandro Ciamei (Falco, ultimo seduto sulla destra)" data-entity-type="file" data-entity-uuid="313b224d-2bd2-401b-81c9-d33ab1283008" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;em&gt;Borgone Susa, ultimi giorni dell'aprile 1945. In posa una parte del distaccamento di partigiani sovietici che ha combattuto nella 42&amp;ordf; Brigata della 3&amp;ordf; Divisione Garibaldi. Tra loro il comandante della brigata, Alessandro Ciamei (Falco), ultimo seduto sulla destra (Archivi della resistenza e del '900 - Archivio Istoreto)&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;A fine giornata, sui campi di battaglia, si fece la conta delle perdite. &lt;strong&gt;Due morti e tre feriti per i partigiani&lt;/strong&gt;; ben pi&amp;ugrave; grave il bilancio &lt;strong&gt;sul fronte fascista: 18 morti, due prigionieri ed una quarantina di feriti a Balmafol, tre morti e qualche ferito alle Combe.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Messi a tacere gli spari, sulla montagna gi&amp;agrave; si alzava un coro di voci: leggenda vuole che gi&amp;agrave; la sera stessa si sentissero risuonare sui monti le prime strofe di una canzone composta in onore della battaglia vittoriosa, la &lt;strong&gt;canzone di Balmafol&lt;/strong&gt;. Uno dei versi recita: &lt;em&gt;"Canta a morte la mitraglia, g&amp;igrave;&amp;ugrave; macigni a rotolon; d&amp;agrave;gli addosso alla gentaglia, trema tutto il gran vallon. I fascisti sbaragliati gi&amp;agrave; si vedono scappar; son malconci e malmenati, pi&amp;ugrave; non v'&amp;egrave; per lor ripar"&lt;/em&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 07 Jul 2025 21:00:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/8-luglio-1944-poche-munizioni-rotolano-le-pietre-e-la-vittoria-partigiana-di</guid></item><item><title>Sul ghiacciaio del Sommeiller, ora quasi scomparso, un tempo d'estate si sciava</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/sul-ghiacciaio-del-sommeiller-ora-quasi-scomparso-un-tempo-destate-si-sciava</link><description>&lt;p&gt;Perch&amp;egrave; una carrozzabile da Bardonecchia &lt;strong&gt;raggiunge i 3009 metri del colle del Sommeiller?&lt;/strong&gt; Non ci sono alpeggi o frazioni da raggiungere, n&amp;egrave; il tracciato mette in comunicazione con il versante francese che, nel territorio del comune di Bramans, ospita solo pietre ed i resti di un ghiacciaio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Proprio il ghiacciaio &amp;egrave; la risposta: la strada, oggi percorsa da mountain-bike, moto e fuoristrada,&amp;nbsp;&lt;strong&gt;una delle pi&amp;ugrave; alte&amp;nbsp;dell'intero continente europeo&lt;/strong&gt;, fu costruita da&lt;b&gt; Edoardo Allemand, &lt;/b&gt;un visionario imprenditore di Bardonecchia che aveva realizzato&amp;nbsp;&lt;strong&gt;una piccola stazione per lo&lt;/strong&gt; &lt;b&gt;sci estivo &lt;/b&gt;sul ghiacciaio del Sommeiller.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/impianti (Roberto Guasco).jpg" border="0" alt="Foto d'epoca degli impianti (Roberto Guasco)" data-entity-type="file" data-entity-uuid="7da0c462-f721-485b-86b2-25bb3000b31d" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;Foto d'epoca degli impianti (Foto Roberto Guasco)&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="p1"&gt;Un centro per lo sci estivo al Sommeiller: dal sogno alla realt&amp;agrave;&lt;/h3&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-4 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2023-7/Edo%20Allemand.jpeg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;Edoardo Allemand&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
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&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Edoardo Allemand&lt;/strong&gt;, detto "Edo", fu partigiano, prigioniero di guerra, deportato in un campo di concentramento, impiegato delle ferrovie, guardiano della diga di Rochemolles e maestro di sci.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel 1958, proprio per festeggiare il superamento degli esami da maestro di sci, Edo sal&amp;igrave; sulle piste dello Jafferau, ma con un salto si ruppe una gamba in 18 pezzi. I lunghi mesi di convalescenza gli permetteranno, assieme al suo amico &lt;b&gt;Piero Bosticco&lt;/b&gt;, direttore della scuola di sci di Bardonecchia, di sviluppare l&amp;rsquo;idea che aveva maturato nelle passeggiate dalla diga di Rochemolles al ghiacciaio: un centro per lo sci estivo al Sommeiller.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p class="p1"&gt;&amp;ldquo;&lt;i&gt;Il problema pi&amp;ugrave; grande da risolvere&lt;/i&gt; &amp;ndash; racconta il figlio Fulvio Allemand - &lt;i&gt;era creare una strada carrozzabile che arrivasse fino al colle&amp;rdquo;&lt;/i&gt;: allora infatti la strada carrozzabile si fermava a Rochemolles.&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-8 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;Allemand e Bosticco fondarono la Va.Ro, societ&amp;agrave; per azioni che prendeva il nome dalla Valle di Rochemolles, coinvolgendo anche allievi, clienti e alcuni maestri della scuola di sci di Bardonecchia. Raccolto un capitale di 40 milioni di lire, cifra che per l'epoca era davvero consistente, &lt;b&gt;i lavori vennero avviati la mattina del 7 maggio 1962.&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Alla fine del mese successivo la strada aveva gi&amp;agrave; raggiunto la diga, il 25 luglio dello stesso anno il collegamento arrivava al rifugio Scarfiotti e, alle soglie dell'inverno, a fine ottobre, la strada era quasi terminata: mancavano gli ultimi 100 metri, che furono completati nella primavera del 1963.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-4 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2023-7/Ruspa.jpeg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p class="p1"&gt;I primi sciatori misero piede sul ghiacciaio del Sommeiller nell'estate del 1963, quando entrarono in funzione &lt;b&gt;i primi due impianti di risalita&lt;/b&gt;, alimentati da un motore diesel con avviamento a manovella. I pali di sostegno erano in legno, piantati direttamente nel ghiaccio, con un ulteriore supporto sempre fatto di pezzi di ghiaccio. Il ghiacciaio per&amp;ograve; era in continuo movimento, e bisognava controllare spesso l'allineamento dei cavi d'acciaio.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;I due primi skilift, chiamati "i corti", erano il&amp;nbsp;&lt;b&gt;Nibl&amp;egrave;&lt;/b&gt;&amp;nbsp;(con partenza a quota 3.000 metri ed arrivo a 3.150) e l&amp;rsquo;&lt;b&gt;Ambin&lt;/b&gt;&amp;nbsp;(da 2.800 a 2.950 metri di quota). Solo nel&amp;nbsp;&lt;b&gt;1976&lt;/b&gt;&amp;nbsp;si aggiunse un terzo skilift, il&amp;nbsp;&lt;b&gt;Sommeiller, &lt;/b&gt;che aveva pali in metallo e portava da 2.850 a 3.200 metri di altitudine.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Il Colle era raggiungibile dalle auto, ma presto Edo organizz&amp;ograve; un servizio di autobus da Bardonecchia per trasportare gli sciatori. I mezzi, da 25 a 32 posti, venivano poi riutilizzati in inverno per il servizio di trasporto pubblico di Bardonecchia.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2023-7/skilift.jpeg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Nel 1963 vide la luce anche &lt;b&gt;il rifugio "Ambin"&lt;/b&gt;, una struttura prefabbricata in acciaio composta da due edifici: nel primo un negozio, locali per il personale, servizi igienici, un ristorante da 80 posti e un bar. Il secondo edificio, invece, conteneva inizialmente 20 camere con 50 posti letto, e successivamente fu ampliato con altre 4 camere per altri 12 posti letto.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;L&amp;rsquo;impegno era enorme: all'inizio di ogni stagione era necessario scavare metri di neve &lt;b&gt;per fare riemergere le stazioni&lt;/b&gt; di partenza e di arrivo degli impianti di risalita. Alla fine della stagione, invece, si dovevano smontare gli impianti di risalita e coprire i motori.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;&lt;i&gt;&amp;ldquo;Ho lavorato con mio padre dall'et&amp;agrave; di 15 anni - &lt;/i&gt;ricorda Fulvio con entusiasmo&lt;i&gt; -. Le stanze del nostro rifugio avevano tutte l'acqua corrente, cosa eccezionale per quei tempi, ed a mezzogiorno potevamo servire fino a 100 coperti. Avevamo una cantina con oltre 100 vini diversi, italiani e francesi, compreso il Ch&amp;acirc;teauneuf-du-Pape!&amp;rdquo; .&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2023-7/card.jpeg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2023-7/Parcheggi2.jpeg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2023-7/Allemand1.jpeg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2023-7/Allemand2.jpeg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p class="p1"&gt;I maestri di sci erano nove. &amp;ldquo;&lt;i&gt;In quegli anni abbiamo lavorato davvero molto, nonostante la concorrenza di altre zone estive come Stelvio, Courmayeur o Cervinia &lt;/i&gt;- ricorda Fulvio -.&lt;i&gt; Negli anni '60 la squadra di sci francese venne ad allenarsi da noi perch&amp;eacute; c'erano due cambi di pendenza, meglio che all&amp;rsquo;Iseran dove ce n'era solo uno&amp;rdquo;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="p2"&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3 class="p1"&gt;La valanga del 1968 e l&amp;rsquo;inizio del declino&lt;/h3&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Durante l'inverno 1968 - 1969 una valanga proveniente dalla Rognosa d'Etiache &lt;b&gt;distrusse la stazione&lt;/b&gt;, procurando un danno di 40 milioni di lire. Da Bardonecchia arriv&amp;ograve; l&amp;rsquo;aiuto di un plotone di alpini ed anche alcuni volontari contribuirono ai lavori: venne ricostruito il bar e rimessi in funzione gli impianti di risalita, e cos&amp;igrave; gi&amp;agrave; nell'estate del 1969 il ghiacciaio Sommeiller pot&amp;egrave; nuovamente essere utilizzato per lo sci.&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2023-7/Valanga2.jpeg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2023-7/Ricostruzione%20copia.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Edo per&amp;ograve; non aveva i fondi per ricostruire il rifugio-albergo, che sognava di spostare cinque chilometri pi&amp;ugrave; a valle, &lt;b&gt;al Pian dei Frati&lt;/b&gt;, collegandolo al ghiacciaio tramite una funivia. &lt;i&gt;"I clienti avrebbero potuto soggiornare pi&amp;ugrave; in basso (a 3.000 metri non &amp;egrave; facile dormire) ed avremmo potuto aprire a maggio, con un mese e mezzo di anticipo, risparmiando energie e denaro&amp;rdquo;&lt;/i&gt;, racconta Fulvio.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Purtroppo nessuno ha voluto sostenere questo progetto. &lt;i&gt;&amp;ldquo;La delusione di non averlo&amp;nbsp;realizzato&lt;/i&gt; - conclude Fulvio - &lt;i&gt;e il fatto che&lt;/i&gt; ero&lt;i&gt; partito per il servizio militare, e dunque non potevo pi&amp;ugrave; aiutarlo nello sgombero e nella gestione della neve, nel 1975 spinse mio padre a vendere la stazione ad un industriale torinese, Agostino Gessarolli&amp;rdquo;.&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Tre anni dopo &lt;b&gt;anche Gessarolli getter&amp;agrave; la spugna&lt;/b&gt;, e negli anni successivi la gestione sar&amp;agrave; estemporanea. Nel 1983 il giornalista Pier Luigi Griffa, sulla rivista Sci, si rammaricava del declino della struttura, &amp;ldquo;&lt;i&gt;il cui potenziale turistico &amp;egrave; enorme"&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Sci estivo al Sommeiller.jpg" border="0" alt="Sci estivo al Sommeiller" data-entity-type="file" data-entity-uuid="791cfcc6-5460-40a5-8be1-5b98fc4b56bf" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;I resti degli impianti (ora smantellati) e la strada che sale al colle.&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Intanto il ghiacciaio iniziava a ritirarsi: si inizi&amp;ograve; cos&amp;igrave; ad utilizzare solo pi&amp;ugrave; i due skilift situati nella parte pi&amp;ugrave; alta per arrivare, nel &lt;b&gt;1984&lt;/b&gt;, alla&amp;nbsp;&lt;b&gt;chiusura definitiva&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;Nel 2001 sono iniziati i lavori per lo smantellamento degli impianti e del rifugio Ambin: realizzati dai comuni di Bardonecchia e Bramans sono terminati nel 2006.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;h4&gt;&lt;strong&gt;LEGGI ANCHE:&amp;nbsp;&lt;a href="https://www.laboratorioaltevalli.it/blog/un-po-di-storia/alla-fine-degli-anni-70-sulle-pendici-del-musine-destate-si-sciava-su-una" hreflang="it" tabindex="-1"&gt;Anni 70: alle pendici del Musin&amp;eacute;&amp;nbsp;d'estate si scia. Su una pista di plastica&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Nella roccia del Colle oggi&amp;nbsp;&amp;egrave; posizionato un pozzo profondo 100 metri nel quale &lt;strong&gt;l'Arpa registra la temperatura&lt;/strong&gt;, monitorando le variazioni climatiche, mentre dello&amp;nbsp;sci sul ghiacciaio rimangono soltanto immagini sbiadite dal tempo. Rimpiazzate dai selfie di chi&amp;nbsp;sale al Colle per mettere alla prova le proprie capacit&amp;agrave; di pilota, di ciclista e di escursionista.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Punta_Sommeillere_e_Rognosa_d'Etiache.jpeg" border="0" alt="Spilla rilasciata negli anni '70 dopo un corso agonistico (Emanuele Bafico). Sullo sfondo Punta Sommeiller e Rognosa d'Etiache" data-entity-type="file" data-entity-uuid="36edb3c0-b36a-4dfd-8875-fac13228a484" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;Anni '70, spilla del Centro Sci Estivo Sommeiller&amp;nbsp;(Emanuele Bafico). Sullo sfondo Punta Sommeiller e Rognosa d'Etiache.&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;La strada Rochemolles &amp;ndash; Colle Sommeiller&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Il Colle del Sommeiller&amp;egrave; considerato da motociclisti e appassionati di fuoristrada&amp;nbsp;il "tetto d'Europa": &lt;strong&gt;la strada carrozzabile&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;si arrampica infatti fino&amp;nbsp;a 3 mila metri di altitudine, attraversando la valle di Rochemolles ed arrivando fin sul confine italo-francese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il colle, che deve il suo nome a &lt;b&gt;Germano Sommeiller,&lt;/b&gt; l'ingegnere capo che diresse la costruzione della galleria ferroviaria del Frejus, &amp;egrave; accessibile solo dal versante italiano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2023-7/Colle-del-Sommeiller-1080x675%20-%20Alpsmototours.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;em&gt;Bikers sulla strada del Sommeiller (Foto Alpsmototours)&lt;/em&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;La strada&amp;nbsp;Rochemolles &amp;ndash; Colle Sommeiller, salvo eventi meteo eccezionali,&amp;nbsp;&amp;egrave; percorribile dal 1 maggio al 30 novembre, ma dal&lt;strong&gt;&lt;span&gt;&amp;nbsp;1 luglio al 30 settembre l'accesso &amp;egrave; a pagamento per tutti i veicoli a motore. &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;(Per maggiori informazioni: &lt;strong&gt;&lt;span&gt;&lt;a href="https://bardonecchia.it/off-road/colle-del-sommeiller/"&gt;Comune di Bardonecchia&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;a href="https://bardonecchia.it/off-road/colle-del-sommeiller/"&gt;)&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In questo periodo &lt;strong&gt;&lt;span&gt;il gioved&amp;igrave; la strada &amp;egrave; riservata a bici e pedoni;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;negli altri giorni della settimana il transito alle auto &amp;egrave; consentito dalle 8,30 alle ore 18.00 dietro il pagamento&amp;nbsp;di un pedaggio&amp;nbsp;&lt;strong&gt;(8 euro)&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;riscosso&amp;nbsp;dopo l'abitato di Rochemolles.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ogni anno, la seconda domenica di luglio, viene organizzato un &lt;b&gt;raduno internazionale motociclistico, &lt;/b&gt;denominato&lt;b&gt; Raid Stella Alpina&lt;/b&gt;.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Ringraziamo per le immagini&lt;/strong&gt; Archivio Fulvio Allemand, Roberto Guasco, Alpsmototours.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;FONTI:&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Archivio Allemand&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="https://www.colledelsommeiller.it/storia-di-un-uomo-e-di-un-ghiacciaio.html"&gt;&lt;strong&gt;Storia di un uomo e di un ghiacciaio&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, di Roberto Guasco&lt;/p&gt;
&lt;p class="p1"&gt;&lt;a href="https://www.skipass.com/news/ski-ete-4.html"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span class="s1"&gt;La grande histoire du ski d'&amp;eacute;t&amp;eacute; en France:&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;span class="s1"&gt;sur la ligne fronti&amp;egrave;re&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Thu, 26 Jun 2025 12:18:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/sul-ghiacciaio-del-sommeiller-ora-quasi-scomparso-un-tempo-destate-si-sciava</guid></item><item><title>La Prevostura di Oulx, per secoli l’istituzione religiosa più importante in alta Valsusa</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/la-prevostura-di-oulx-secoli-listituzione-religiosa-piu-importante-alta</link><description>&lt;p&gt;La &lt;strong&gt;Prevostura di San Lorenzo di Oulx &lt;/strong&gt;&amp;egrave; stato il principale centro di coordinamento per la religione cattolica in alta Valle di Susa, dall&amp;rsquo;XI al XVIII secolo. Sorgeva lungo la via che conduceva al Colle del Monginevro, antico accesso alla Francia meridionale battuto dai pellegrini che si recavano a Santiago di Compostela.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dalla Prevostura dipendevano pi&amp;ugrave; di quaranta chiese parrocchiali in Valle di Susa e nella Valle di Pragelato. Ci&amp;ograve; ne fece per secoli l&amp;rsquo;istituzione religiosa secolare &lt;b&gt;pi&amp;ugrave; importante della Valle di Susa&lt;/b&gt;, anche tramite il controllo del centro di coordinamento canonicale della Bassa Valle, la Pieve battesimale di Santa Maria Maggiore di Susa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La Prevostura nasce probabilmente intorno alla &lt;b&gt;prima met&amp;agrave; dell&amp;rsquo;XI secolo&lt;/b&gt; nella piana di Oulx grazie a un gruppo di sacerdoti locali, nel sito di un pi&amp;ugrave; antico centro religioso denominato &lt;em&gt;Plebs martyrum &lt;/em&gt;danneggiato dalle scorrerie saracene e probabilmente dipendente dall&amp;rsquo;Abbazia di Novalesa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/12-13 Abbadia di Oulx - Maria Rita Brun.jpeg" border="0" alt="Campanile della Chiesa di San Pietro (Maria Rita Brun)." data-entity-type="file" data-entity-uuid="89cecd2f-f6ee-43e1-afbc-2855a4007efd" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;i&gt;Campanile della Chiesa di San Pietro (Maria Rita Brun)&lt;/i&gt;&lt;span style="color: #000000;"&gt;&lt;span style="text-decoration: none;"&gt;&lt;span style="font-family: AGaramondPro-Regular, serif;"&gt;&lt;span style="font-size: 11pt;"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;&lt;span style="font-weight: normal;"&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Questa denominazione compare nel &lt;b&gt;Chronicon Novalicense&lt;/b&gt; riferendosi al presunto martirio di due monaci benedettini della Novalesa, Giusto e Flaviano, che qui sarebbero stati uccisi durante le scorribande saracene; da alcuni viene ricondotta alla corruzione del nome romano &lt;em&gt;Statio ad Martis&lt;/em&gt;, stazione di posta della Via Domizia o Via Cozia diretta da Segusio (Susa) al Monginevro e quindi in Gallia e della quale &amp;egrave; stato rinvenuto un miliario romano.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;LEGGI ANCHE:&amp;nbsp;&lt;a href="/blog/un-po-di-storia/il-chronicon-novaliciense-la-prima-opera-estesa-forma-di-rotulo-della" hreflang="it"&gt;Il "Chronicon Novaliciense", la prima opera estesa (in forma di rotulo) della letteratura italiana&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Il vescovo di Torino Cuniberto nel 1065 riconobbe alla Prevostura il possesso di &lt;b&gt;pi&amp;ugrave; di quaranta chiese delle Valli di Susa e di Pragelato&lt;/b&gt; (tra cui l&amp;rsquo;antica Chiesa di Santa Maria Maggiore di Susa) e il Priorato di San Giusto di Mentoulles e l&amp;rsquo;adozione della regola canonicale agostiniana.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel 1240 la Prevostura addivenne al controllo esclusivo di Chiomonte, grazie a una serie di permute con l&amp;rsquo;Abbazia benedettina di San Giusto di Susa e soprattutto la Casa Ospedaliera Gerosolimitana di Chiomonte (di cui ancora si conserva la chiesetta in stile romanico-provenzale) che si occupava dell&amp;rsquo;assistenza dei pellegrini del ramo della Via Francigena della Valle di Susa diretto in Provenza tramite il Monginevro. Il paese di Chiomonte venne costituito in feudo ecclesiastico, l&amp;rsquo;unico dell&amp;rsquo;Alta Valle Susa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gravemente danneggiato durante le guerre di religione tra Cattolici e Riformati nel terzo quarto del XVI secolo, il complesso della Prevostura venne restaurato &lt;b&gt;dai Birague nel XVII secolo&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Abadia Oulx 366.jpg" border="0" alt="Chiesa di San Pietro, monumento sepolcrale di Ren&amp;eacute; de Birague (1681)." data-entity-type="file" data-entity-uuid="834f907b-9888-4613-9718-db5fa9a0e0f3" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;&lt;i&gt;Chiesa di San Pietro, monumento sepolcrale di Ren&amp;eacute; de Birague (1681).&lt;/i&gt;&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Nel 1748 la Prevostura fu soppressa&lt;/b&gt; e annessa alla nascente Diocesi di Pinerolo. Le chiese dipendenti da essa in Valle di Susa passarono successivamente alla Diocesi di Susa istituita nel 1772.&amp;nbsp;&lt;span style="font-size: 17px;"&gt;Oggi il vescovo di Pinerolo, erede della prevostura di Oulx, &amp;egrave; signore di Chiomonte.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La storia della Prevostura &amp;egrave; intrecciata con le vicende storico-politiche della Valle di Susa. La piana di Oulx entrer&amp;agrave; infatti a far parte del Delfinato, ma tramite il controllo del complesso canonicale della Pieve battesimale di Santa Maria Maggiore la Prevostura sar&amp;agrave; il pi&amp;ugrave; influente centro di organizzazione religiosa sulle chiese della Bassa Valle di Susa, posta invece sotto il controllo politico di Casa Savoia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il complesso doveva essere composto da due chiese, una maggiore dedicata a &lt;b&gt;San Lorenzo&lt;/b&gt; e una minore dedicata a &lt;b&gt;San Pietro&lt;/b&gt;, un &lt;em&gt;ospicium pauperum &lt;/em&gt;anche utilizzato per i pellegrini, una &lt;em&gt;casa de seniores &lt;/em&gt;e altre strutture di servizio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/campanile abbadia 2.jpg" border="0" alt="Campanile abbadia" data-entity-type="file" data-entity-uuid="42c97376-18b5-4f82-a249-e5f6847a77ee" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poco rimane dell&amp;rsquo;antica prevostura, se non il &lt;b&gt;Campanile della Chiesa di San Pietro&lt;/b&gt;, ora campanile della Chiesa del Sacro Cuore di Ges&amp;ugrave;, il Palazzo del Prevosto, la torre Richelmy e l&amp;rsquo;arcone di ingresso al complesso. Probabilmente l&amp;rsquo;antica chiesa era sormontata da un &lt;i&gt;tiburio&lt;/i&gt;, segno di elevate ambizioni costruttive, edificato da maestranze lombarde.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Attualmente la chiesa intitolata al Sacro Cuore di Ges&amp;ugrave; &amp;egrave; una ricostruzione della Chiesa di San Pietro del 1886, terminata nel 1895 e consacrata nel 1904.&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 24 Jun 2025 10:52:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/la-prevostura-di-oulx-secoli-listituzione-religiosa-piu-importante-alta</guid></item><item><title>QUANDO, ANCHE IN BASSA VALLE, I TOPONIMI ERANO FRANCESI</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/quando-anche-in-bassa-valle-i-toponimi-erano-francesi</link><description>&lt;p&gt;Un tempo, in Val di Susa, &lt;strong&gt;i toponimi francesi giungevano anche in Bassa Valle&lt;/strong&gt;. Per esempio, come si vede da queste e da altre carte, esistevano &lt;strong&gt;&lt;em&gt;&amp;laquo;Jaillon&amp;raquo;, &amp;laquo;Chaumont&amp;raquo;, &amp;laquo;Grav&amp;egrave;res&amp;raquo;, &amp;laquo;St.Didier&amp;raquo;, &amp;laquo;Condoue&amp;raquo;, &amp;laquo;St. Joire&amp;raquo;, &amp;laquo;Chianoc&amp;raquo;, &amp;laquo;Bruzol&amp;raquo;, &amp;laquo;S. Ambroise&amp;raquo;, &amp;laquo;Veillane&amp;raquo;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;, a cui corrispondono gli attuali &amp;laquo;Giaglione&amp;raquo;, &amp;laquo;Chiomonte, &amp;laquo;Gravere&amp;raquo;, &amp;laquo;San Didero&amp;raquo;, &amp;laquo;Condove&amp;raquo;, &amp;laquo;San Giorio&amp;raquo;, &amp;laquo;Chianocco&amp;raquo;, &amp;laquo;Bruzolo&amp;raquo;, &amp;laquo;Sant'Ambrogio&amp;raquo;, &amp;laquo;Avigliana&amp;raquo;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Carta2.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La modifica del nome,avvenne dopo la Restaurazione. &amp;Egrave; curioso scoprire che i criteri seguiti dai topografi per italianizzare i nomi, che a volte hanno seguito pi&amp;ugrave; la logica burocratica che quella umana.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per esempio, il toponimo &lt;strong&gt;&amp;laquo;St.Didier&amp;raquo;&lt;/strong&gt;, che in francese vuol dire &lt;strong&gt;"San Desiderio"&lt;/strong&gt; (e, in piemontese, &lt;em&gt;&amp;laquo;San Did&amp;eacute;&amp;raquo;&lt;/em&gt;, che significa la stessa cosa), &amp;egrave; stato tradotto assurdamente in &amp;laquo;San Didero&amp;raquo;, che non corrisponde a nessun santo conosciuto. Infatti, il Santo Patrono di San Didero &amp;egrave; (e continua ad esserlo, imperterrito) San Desiderio di Langres, che si festeggia il 23 maggio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Carta1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Curiosamente, &amp;egrave; da notare che quando i topografi del Regime italianizzarono nel 1939 la valdostana &lt;strong&gt;"Pr&amp;eacute;-Saint-Didier"&lt;/strong&gt;, la convertirono pi&amp;ugrave; correttamente in "San Desiderio Terme".&lt;/p&gt;</description><pubDate>Thu, 12 Jun 2025 09:29:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/quando-anche-in-bassa-valle-i-toponimi-erano-francesi</guid></item><item><title>1945: in Valle si prepara la Liberazione. A Susa “il sogno si avvera” sabato 28 aprile</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/1945-valle-si-prepara-la-liberazione-susa-il-sogno-si-avvera-sabato-28-aprile</link><description>&lt;p&gt;Nella primavera del 1945 le formazioni partigiane valsusine si riorganizzano: in alta valle viene costituita &lt;span&gt;la 41&amp;deg; Divisione Unificata &lt;/span&gt;&lt;span&gt;e&lt;/span&gt;&lt;span&gt;d&lt;/span&gt; in bassa valle la 3&amp;deg; e la 13&amp;deg; Divisione Garibaldi, che gi&amp;agrave; hanno all&amp;rsquo;attivo molti uomini e brigate, cambiano nome e diventano 42&amp;deg; e 46&amp;deg; Divisione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In alta Valle, i partigiani si preoccupano di &lt;strong&gt;difendere le dighe e le centrali idroelettriche&lt;/strong&gt; dagli attacchi dei tedeschi in fuga, mentre le formazioni della bassa Valle mettono in atto &lt;span&gt;azioni di disturbo,&lt;/span&gt;&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;&lt;span&gt;ostacolando&lt;/span&gt; i movimenti delle truppe tedesche con &lt;strong&gt;azioni di sabotaggio&lt;/strong&gt;. I partigiani sono inoltre impegnati nella &lt;strong&gt;bonifica dei ponti e delle strade&lt;/strong&gt; minate dai tedeschi: gran parte delle cariche vengono rese inoffensive ad eccezione di quelle poste su alcuni ponti a Bardonecchia, Cesana, Oulx ed Exilles.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Proprio il 25 aprile iniziano gli scontri per la &lt;strong&gt;Liberazione dei territori dell'alta Valle&lt;/strong&gt;. Le operazione hanno avvio la sera del 24 quando i Partigiani della Compagnia Assietta si scontrano con i tedeschi in ritirata in una furiosa battaglia nei pressi di Exilles.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/6_maggio_1945_liberazione_torino.jpg" border="0" alt="6 maggio 1945, manifestazione per la liberazione di Torino" data-entity-type="file" data-entity-uuid="468744ee-91b1-4334-a066-971e4342ec8d" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;6 maggio 1945, manifestazione per la liberazione di Torino.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il 26 aprile altre formazioni partigiane valsusine &lt;strong&gt;scendono verso Torino&lt;/strong&gt;; l&amp;rsquo;obiettivo &amp;egrave; quello di incalzare il ripiegamento dei tedeschi e di ricongiungersi in citt&amp;agrave; con le altre formazioni che qui stavano convergendo. I gruppi valsusini rimangono a Torino fino ai primi giorni di maggio e, il 6, partecipano alla grande sfilata in piazza Vittorio Veneto&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sabato 28 aprile 1945 &amp;egrave; il giorno della &lt;strong&gt;Liberazione di Susa&lt;/strong&gt;. Il 5 maggio il giornale &lt;em&gt;La Valsusa&lt;/em&gt; racconta quelle ore&lt;em&gt;:&amp;rdquo;Dopo una triste vigilia, nella quale i nazi-fascisti consumarono gli ultimi delitti, varie formazioni di patrioti occuparono la citt&amp;agrave; che imbandierata e vestita a festa, come per incanto, con ardenti manifestazioni espresse la sua gioia e la sua gratitudine ai liberatori. Suonarono tutte le campane come nelle feste pi&amp;ugrave; grandi, e nel pomeriggio si volle onorare la memoria dei caduti per la libert&amp;agrave; deponendo corone alle tombe dei cimiteri di Susa e Mompantero&amp;rdquo;&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un racconto in &amp;ldquo;presa diretta&amp;rdquo; di quel giorno lo si trova nel diario del Comandante &lt;strong&gt;Aldo Laghi&lt;/strong&gt; (Giulio Bolaffi) pubblicato nel volume &lt;em&gt;&amp;ldquo;Giulio Bolaffi, un partigiano ribelle&amp;rdquo;,&lt;/em&gt; Daniela Piazza Editore. Cos&amp;igrave; il Comandante della &lt;strong&gt;IV Divisione alpina G.L. Stellina&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;scandisce le ore del 28 aprile 1945:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;"Nella notte una grande esplosione. Alle 6 una sparatoria dei miei partigiani. Susa &amp;egrave; libera&amp;hellip; Raggiungo i miei uomini. Grande entusiasmo. La folla ci acclama: in tutta la citt&amp;agrave; entusiasmo delirante. Raggiungiamo il Castello. Organizziamo tutti &lt;/em&gt;&lt;em&gt;i &lt;/em&gt;&lt;em&gt;comandi. &lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;I&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;anni &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;arriva e dice che ha preso contatto con la Brigata Monte Assietta.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Giulio-Bolaffi parla-dal-Municipio-di-Susa (1).jpg" border="0" alt="Giulio Bolaffi parla dal Municipio di Susa." data-entity-type="file" data-entity-uuid="4bada27f-f842-4c91-8baf-ce89a02772c5" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Giulio Bolaffi parla dal Municipio di Susa. In alto, sopra al titolo,&amp;nbsp; i partigiani sfilano a Susa (foto di Giacinto Contin, detto Nino).&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Circolano voci che le truppe di Exilles arriveranno. &lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;Mr. Mastro&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt; dice di concentrare le armi pesanti al Castello, che &amp;egrave; difendibile e ha varie strade che portano fuori citt&amp;agrave;. Lavoro febbrile. Vengono fuori tutti i marescialli. Li prendiamo e li facciamo lavorare. Al Castello affluiscono i prigionieri. Organizzo il servizio.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Pubblico l&amp;rsquo;ordinanza n.1 che &amp;egrave; un appello sul coprifuoco, dalle ore 21 alle 5, e sulle sanzioni: tribunali di guerra contro i predoni.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Visita di Ferrua che vuole portare Piero al Castello ed effettuare un collegamento con la centrale Aem. Impiantiamo un ufficio nelle scuole. Bottazzi mi dice che il mattino alle 8.30, 18 uomini della Olivieri, di guardia a Vertice, dove c&amp;rsquo;&amp;egrave; il salto dell&amp;rsquo;acqua, hanno attaccato una compagnia tedesca di 50 uomini in zona Piano San Martino per impedire sabotaggi alle tubazioni. C&amp;rsquo;&amp;egrave; stato un combattimento fino alle 18.30 perch&amp;eacute; sono intervenuti altri tedeschi ad appoggiare quelli gi&amp;agrave; impegnati. &lt;/em&gt;&lt;em&gt;&amp;Egrave;&lt;/em&gt;&lt;em&gt; morto Piero, carabiniere, e ferito Marais.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;&amp;Egrave;&lt;/em&gt;&lt;em&gt; stata impedita la distruzione delle centrali elettriche e di Venaus per rappresaglia; i tedeschi si sono ritirati a Curn&amp;agrave; dove c&amp;rsquo;&amp;egrave; lo sbarramento anticarro. Feriti 5 uomini tedeschi dei quali 2 gravi, forse morti.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Apprendo che sabato mattina alle 9.30, 10 uomini di Martino issavano la bandiera italiana sul Moncenisio all&amp;rsquo;ospizio; Sergente Maggiore Sten, Vittorio, Luigi e altri della squadra di guardia alle tubazioni, precedendo di un&amp;rsquo;ora la pattuglia francese comandata dal Capitano Stephane.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Al pomeriggio alle 17 vado in municipio e parlo al balcone alla folla plaudente ed entusiasta, con un ufficiale francese. Parliamo dei patrioti. Poi portiamo due corone ai caduti al cimitero di Susa e di Urbiano".&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il sogno si &amp;egrave; avverato&lt;/p&gt;
&lt;p class="text-align-right" style="text-align: right;"&gt;&lt;strong&gt;Gia.Col.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;p&gt;Bibliografia: &lt;em&gt;"Giulio Bolaffi, un partigiano ribelle&amp;rdquo;&lt;/em&gt;, Daniela Piazza Editore. Andrea Maria Ludovici: &lt;em&gt;"Una Comunit&amp;agrave; e il suo territorio"&lt;/em&gt;, Susa, Centro Culturale Diocesano&lt;/p&gt;</description><pubDate>Thu, 24 Apr 2025 09:40:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/1945-valle-si-prepara-la-liberazione-susa-il-sogno-si-avvera-sabato-28-aprile</guid></item><item><title>FORTIFICAZIONI IN VALLE DI SUSA-2: DAL CASTRUM AI FORTI “ALLA MODERNA” </title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/fortificazioni-in-valle-di-susa-2-dal-castrum-ai-forti-alla-moderna</link><description>&lt;p&gt;A fronte delle sedi di castellania di antica istituzione, nel corso del Duecento si può osservare un paesaggio punteggiato da nuove architetture fortificate &amp;ndash; solitamente di modesta entità, sebbene già in muratura&amp;ndash; realizzate da famiglie signorili nei centri abitati della Valle o nei relativi patrimoni&lt;br /&gt;fondiari.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;h4&gt;Leggi anche:&amp;nbsp;&lt;a href="https://www.laboratorioaltevalli.it/notizie/valle-di-susa-un-territorio-di-castelli-e-fortificazioni-1"&gt;VALLE DI SUSA: UN TERRITORIO DI CASTELLI E FORTIFICAZIONI - 1&lt;/a&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Quelle che raggiungono le ambite prerogative giurisdizionali possono avere la definizione di &lt;i&gt;castrum&lt;/i&gt;, per le altre vale la definizione più generica di &lt;i&gt;domus&lt;/i&gt; &amp;ndash; più o meno &lt;i&gt;fortis&lt;/i&gt; &amp;ndash; ma la distinzione architettonica risulta meno evidente di quanto una lettura meramente istituzionale presupporrebbe.&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/CASTELLO%20DI%20MATTIE%20E%20NEVE%2004.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Mattie, Casaforte di Menolzio.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;Tali strutture presentano alcuni connotati fortificatori (solitamente &lt;b&gt;merlature&lt;/b&gt; al coronamento e &lt;b&gt;feritoie&lt;/b&gt; nel fusto), ma sono interpretabili piuttosto come centri residenziali e di potere di famiglie locali, coordinate dall&amp;rsquo;autorità comitale. Tra i numerosi edifici conservati pare emergere una sorta di tipo ricorrente, ossia &lt;b&gt;un robusto edificio a pianta quadrata&lt;/b&gt; o rettangolare in muratura lapidea, con superficie interna abitabile, sviluppato in altezza su tre livelli (un basamento-magazzino, una sala di rappresentanza e una stanza privata) coronati da un cammino di ronda merlato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Citiamo le caseforti di &lt;b&gt;Mattie&lt;/b&gt; (antecedente la fine del Duecento) e di &lt;b&gt;Meana&lt;/b&gt; (di dimensioni più contenute e probabilmente di poco successiva), o &amp;ndash; in contesto interno dell&amp;rsquo;abitato &amp;ndash; di &lt;b&gt;Villar Focchiardo&lt;/b&gt; (riedificata negli anni quaranta del Trecento) e &lt;b&gt;San Didero&lt;/b&gt;, e infine il complesso della casaforte di &lt;b&gt;Chianocco&lt;/b&gt;, realizzata nel medesimo orizzonte cronologico e oggetto di ripetuti interventi di ampliamento.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il centro che presenta architetture di maggior rilievo è &lt;b&gt;San Giorio&lt;/b&gt;, &lt;i&gt;villanova&lt;/i&gt; promossa dai Savoia nel 1226 e successivamente infeudata alla famiglia dei Bertrandi, promotrice di ambiziosi interventi di riorganizzazione territoriale. Di particolare interesse &lt;b&gt;il castello&lt;/b&gt;, la cui torre maestra è probabilmente la prima torre cilindrica realizzata in Valle ed è ora riferita a maestranze sabaude transalpine, reclutate dalla potente famiglia nella seconda metà del Duecento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/San%20Giorio_gioberto.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;San Giorio di Susa, Castello.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Alla medesima committenza (1328) è da riferire la &lt;b&gt;cappella di San Lorenzo&lt;/b&gt; posta nei pressi della chiesa parrocchiale, che conserva uno dei cicli affrescati più significativi del primo Trecento in Valle di Susa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Spostando l&amp;rsquo;attenzione alla parte delfinale della Valle, recenti indagini archeologiche hanno riportato alla luce buona parte dell&amp;rsquo;ampio castello della famiglia signorile dei &lt;b&gt;de Bardonisca&lt;/b&gt;, sopra il Borgovecchio di &lt;b&gt;Bardonecchia&lt;/b&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In attesa dell&amp;rsquo;auspicabile ulteriore estensione dell&amp;rsquo;indagine, è ora riconoscibile un perimetro quadrangolare, realizzato mediante opere di terrazzamento del versante, difeso ai due vertici meridionali da torri cilindriche. All&amp;rsquo;interno della cortina, raccolta attorno alla &lt;b&gt;Tur d&amp;rsquo;Amun&lt;/b&gt; (unico elemento finora superstite in elevato) lo spazio aperto è stato progressivamente saturato nel tardo Medioevo da spazi di rappresentanza e vita comune, associati a magazzini e depositi, abbandonati nel corso del Settecento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il restauro promosso dal comune ha consentito di rendere fruibile al pubblico il sito, presso il quale è stato allestito un piccolo parco archeologico. Non si sono invece probabilmente conservate tracce dell&amp;rsquo;altro castello, il &lt;b&gt;Bramafam&lt;/b&gt;, passato al diretto controllo delfinale nel primo Trecento: il sito, smantellato nel 1574, è stato rifortificato a fine Ottocento per controllare l&amp;rsquo;accesso al tunnel ferroviario del Fréjus.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/BARDONECCHIA%207.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Tur d&amp;rsquo;Amun a bardonecchia.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Anche le signorie ecclesiastiche esercitano il controllo dei propri patrimoni fondiari con la costruzione di centri fortificati, residenza dei funzionari amministratori. Ricordiamo il &lt;b&gt;palazzo di Sant&amp;rsquo;Ambrogio&lt;/b&gt;, sede del castellano nominato dall&amp;rsquo;abbazia di San Michele della Chiusa, e i due castelli concessi dai Savoia al monastero di San Giusto di Susa, ossia &lt;b&gt;San Mauro di Almese&lt;/b&gt; (è conservato il campanile dell&amp;rsquo;antica prevostura, fortificato nel primo Trecento) e il castello di &lt;b&gt;Caprie&lt;/b&gt;, i cui consistenti resti murari riferibili a fasi due-trecentesche sono denominati &amp;ndash; senza evidente fondamento &amp;ndash; &lt;i&gt;&amp;ldquo;castello del Conte Verde&amp;rdquo;&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Condove_Castello1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Condove-Caprie, Castello del Conte Verde.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;Le fortificazioni collettive&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Oltre alla cinta muraria tardoantica di Susa, oggetto di manutenzione fino all&amp;rsquo;evidente situazione di inadeguatezza manifestata nel primo Seicento, in Valle sono conservati alcuni &lt;b&gt;perimetri murari medievali&lt;/b&gt; di una certa rilevanza architettonica.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Sant&amp;rsquo;Ambrogio e Bussoleno&lt;/b&gt;, quest&amp;rsquo;ultimo importante centro di mercato e di transito, vengono circondate da mura dopo la metà del Trecento, periodo di insicurezza endemica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il complesso di fortificazioni urbane più consistente è quello di &lt;b&gt;Avigliana&lt;/b&gt;: ai piedi del castrum comitale si sviluppa infatti un attivo centro commerciale e metallurgico, la cui vitalità è testimoniata da un corpus unico di edilizia residenziale due-trecentesca protetta &amp;ndash; in fasi diverse &amp;ndash; da una cinta muraria con porte monumentali. Carattere comune delle soluzioni difensive citate è l&amp;rsquo;adozione di torri di cortina a pianta circolare o semicircolare, alcune delle quali conservate.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span style="font-family: Liberation Serif, serif;"&gt;&amp;Egrave;&lt;/span&gt; ascrivibile al tipo delle difese collettive erette su iniziativa sabauda anche la fortificazione del Molare di &lt;b&gt;Villar Dora&lt;/b&gt;, sebbene al momento non siano più riconoscibili le cortine del ricetto attestate dalle fonti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Segna invece tuttora il paesaggio la torre cilindrica detta &lt;b&gt;Torre del Colle&lt;/b&gt;, opera del Maestro Bertrando (1289-1290): nel fusto sono ricavati spazi abitabili, dotati di camino, feritoie e copertura sommitale a volta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Caratteri simili alla torre del Molare presenta quella di &lt;b&gt;Buttigliera&lt;/b&gt; (la così detta &lt;i&gt;Bicocca&lt;/i&gt;), il cui più modesto diametro induce a ipotizzare però solo una funzione di presidio e controllo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per la parte delfinale della Valle ricordiamo il compatto ricetto di &lt;b&gt;Exilles&lt;/b&gt;, le cui difese esterne sono costituite dalle massicce pareti delle abitazioni stesse.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;Fortificazioni &amp;ldquo;alla moderna&amp;rdquo;&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La formazione degli &lt;b&gt;Stati nazionali moderni&lt;/b&gt; e l&amp;rsquo;aggiornamento delle tecniche militari comportano una radicale trasformazione delle architetture fortificate, nella forma e nei rapporti con il territorio. Le principali ripercussioni di tale assetto sono tuttora rilevabili nei segni a scala vasta (tracciati stradali, fossati, trinceramenti in quota), mentre le architetture sono state demilitarizzate e smantellate nel Settecento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nei decenni successivi alla rifondazione del Ducato sabaudo (dopo il trattato di Cateau-Cambrésis del 1559), il nodo su cui si concentrano rinnovate attenzioni è il passo di Susa, che dalla metà del Trecento era considerato confine inerte tra Savoia e Regno di Francia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Del disegno generale di fortificazione intrapreso da Gabrio Busca e Giacomo Soldati dal 1592, durante le guerre di religione, non restano tracce architettoniche rilevanti: il &lt;b&gt;forte di Santa Maria&lt;/b&gt; a nord di Susa e il sistema di sbarramento territoriale di &lt;b&gt;Gravere&lt;/b&gt; (forti di San Francesco, del Monmorone, del Rocco del Molaro e della Rocchetta), dopo aver dimostrato la loro inefficacia nelle campagne francesi del 1629-30 e nuovamente del 1690, vengono di fatto smilitarizzati, a favore di una piazzaforte di scala decisamente maggiore &lt;b&gt;sull&amp;rsquo;altura della Brunetta&lt;/b&gt;, a nord di Susa, verso la Valle Cenischia.&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Exilles1047.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Exilles, Forte. Veduta dell&amp;rsquo;esterno.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Exilles2.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Exilles, Forte. Cortile del Cavaliere.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Del grande cantiere, avviato da &lt;b&gt;Antonio Bertola&lt;/b&gt; già prima del trattato di Utrecht e concluso solo nel tardo Settecento, restano solo tracce murarie e gli imponenti sbancamenti della roccia, che non hanno potuto essere cancellati dallo smantellamento subito durante l&amp;rsquo;occupazione napoleonica nel 1797-1798.&lt;br /&gt;Anche per parte francese, le imponenti opere del &lt;b&gt;forte di Exilles&lt;/b&gt; &amp;ndash; dirette prima da Jean de Beins nel primo Seicento, poi da &lt;b&gt;Vauban&lt;/b&gt; tra il 1692 e il 1708 &amp;ndash; non sono attualmente leggibili. Dopo la presa sabauda (1708) il forte viene prima riparato, ma poi sostanzialmente ripensato alla luce del ribaltamento di 180 gradi della logica difensiva imposto dal nuovo confine di Stato. Anche le opere di parte sabauda (progetti di Ignazio Bertola e di Lorenzo Bernardino Pinto) vengono comunque smantellate tra il 1796 e il 1797.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&amp;rsquo;impianto dell&amp;rsquo;attuale edificio risale al periodo della Restaurazione (progetti di Giovanni Antonio Rana, dal 1818, cui subentrano Antonio Francesco Olivero e Agostino Verani), con una prima sostanziale conclusione in età carlo-albertina; ulteriori fasi fortificatorie sono realizzate dopo il passaggio della Savoia alla Francia (1860) e negli anni settanta-ottanta dell&amp;rsquo;Ottocento. Definitivamente &lt;strong&gt;dismesso dopo la seconda guerra mondial&lt;/strong&gt;e, il forte è stato acquisito dalla Regione Piemonte nel 1978 e dal 2000 è stato restituito alla fruizione pubblica e dotato di strutture museali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per quanto riguarda le &lt;b&gt;fortificazioni &amp;ldquo;alla moderna&amp;rdquo;&lt;/b&gt;, il patrimonio più consistente e prezioso &amp;ndash; nella sua intrinseca fragilità &amp;ndash; è tuttavia da considerarsi il &lt;b&gt;reticolo di trinceramenti, strade e fortini&lt;/b&gt; realizzati in quota, sul crinale dell&amp;rsquo;Assietta tra le Valli della Dora e del Chisone, coordinati con la piazzaforte di Exilles e con il poderoso vallo di Fenestrelle. Teatro dell&amp;rsquo;epica resistenza sabauda del 1747, i trinceramenti in terra e pietra sono tuttora in parte riconoscibili e visitabili con itinerari escursionistici, ma necessitano di un quadro generale urgente di tutela.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;Architetture del Novecento&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;La stragrande maggioranza quantitativa di opere fortificatorie tutt&amp;rsquo;ora conservate è riferibile alla fase compresa tra gli anni ottanta dell&amp;rsquo;Ottocento e il periodo tra le due guerre. Tali architetture, sostanzialmente sotterranee, sono caratterizzate dal cospicuo uso di opere in galleria, associate a imponenti gusci in calcestruzzo armato, corazzato in acciaio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/jaffreau_gioberto.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Bardonecchia, i resti del forte Jafferau.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La conoscenza di tali manufatti è stata avviata per iniziativa di associazioni culturali sensibili alla tutela del patrimonio militare moderno, e alcune importanti iniziative di studio e valorizzazione hanno già portato l&amp;rsquo;attenzione sulle zone più ricche di manufatti, in attesa di una strategia più ampia di conservazione e valorizzazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Citiamo il &lt;b&gt;forte dello Chaberton&lt;/b&gt; (nella foto di copertina, eretto tra il 1898 e il 1910 a quota 3130 metri, una delle fortificazioni più alte d&amp;rsquo;Europa) e le numerose opere dell&amp;rsquo;&lt;b&gt;area del Moncenisio&lt;/b&gt; (alcune allagate dopo la costruzione della nuova diga, altre recuperate e rese fruibili al pubblico), passate alla sovranità francese dopo la Seconda Guerra Mondiale; ricordiamo infine le opere fortificate lungo la strada militare in quota &lt;b&gt;da Salbertrand&lt;/b&gt; (forti Fenils e Pramand) &lt;b&gt;allo Jafferau&lt;/b&gt; (a monte di Bardonecchia).&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Testo e immagini sono tratti dalla guida&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;"Valle di Susa, Itinerari di Cultura e Natura Alpina",&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span&gt;realizzata a cura del Progetto "Valle di Susa, Tesori di Arte e Cultura Alpina" nel 2010.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;</description><pubDate>Tue, 22 Apr 2025 10:02:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/fortificazioni-in-valle-di-susa-2-dal-castrum-ai-forti-alla-moderna</guid></item><item><title>VALLE DI SUSA: UN TERRITORIO DI CASTELLI E FORTIFICAZIONI - 1</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/valle-di-susa-un-territorio-di-castelli-e-fortificazioni-1</link><description>&lt;p&gt;Le opere fortificate sono l&amp;rsquo;esito di un &lt;b&gt;legame profondo tra architettura e territorio&lt;/b&gt;, inteso in termini sia geomorfologici (rilievi, idrografia, vegetazione, reperibilità di materie prime edilizie) sia geopolitica (istituzione di appartenenza o di riferimento, rapporto con i luoghi di potere centrali, prossimità a confini o strade).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le architetture fortificate, inoltre, rispondono a rigidi criteri di funzionalità, ma al tempo stesso nella loro forma esprimono &lt;b&gt;forti contenuti simbolici e politici&lt;/b&gt;. Il solco vallivo della Dora Riparia è uno spazio di particolare interesse per approfondire tale tema, in quanto su una varietà di paesaggi fisici alpini hanno esercitato il proprio potere, secondo geografie variabili, una pluralità di istituzioni politiche.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;I confini&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Percorrendo la Valle dalla pianura torinese fino ai valichi ci troviamo ora in un corpo territoriale continuo, ma si deve ricordare che il confine sullo spartiacque alpino è stabilito solo dal trattato di Utrecht, nel 1713.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La maggior parte delle architetture oggi visitabili &lt;b&gt;è dunque costruita in quadri geopolitici diversi&lt;/b&gt;, in cui la Valle è tagliata da confini tuttora radicati nelle identità locali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nell&amp;rsquo;antichità e nell&amp;rsquo;Alto Medioevo il limite è situato allo sbocco della Valle nella pianura torinese: ai piedi dei primi rilievi si situa il confine tra &lt;b&gt;la Gallia Transpadana romanizzata&lt;/b&gt; e il distretto alpino (già Regno di Cozio), e nella medesima fascia pedemontana si colloca la divisione tra gli spazi politici longobardo e franco, il primo attestato sui capisaldi della pianura, il secondo sviluppato sui due versanti alpini.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Delle &lt;i&gt;&lt;b&gt;clausae longobardorum&lt;/b&gt;&lt;/i&gt; &amp;ndash; ossia il sistema fortificato lineare continuo allestito dai longobardi dalla metà del VII secolo per definire il proprio territorio e per scoraggiare le velleità espansive franche &amp;ndash; non restano che segni di controversa individuazione, e il fervore erudito sul tema non pare finora supportato da adeguata evidenza archeologica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La seconda fascia di confine &amp;ndash; quella più radicata nella lunga durata &amp;ndash; è collocata &lt;b&gt;sulle alture immediatamente a monte di Susa&lt;/b&gt;, dove nel corso del Medioevo si attesta il punto di contatto tra i due principati alpini dei conti di Savoia &amp;ndash; che controllano il Moncenisio &amp;ndash; e del Delfinato, concorrente &amp;ldquo;Stato di valico&amp;rdquo; consolidato sui due versanti del Monginevro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il limite tra i due principati alpini in età moderna diventa &lt;b&gt;il confine tra il Ducato di Savoia e il Regno di Francia&lt;/b&gt;, mai messo radicalmente in discussione fino al fatidico 1713, anno in cui i duchi acquisiscono la corona regale e &amp;ndash; in un quadro di ridefinizione degli assetti politici europei, più che di specifiche ambizioni locali &amp;ndash; il confine viene portato allo spartiacque alpino.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tale spostamento ha &lt;b&gt;un&amp;rsquo;incidenza radicale sulle architetture fortificate dell&amp;rsquo;alta Valle&lt;/b&gt;, il cui fronte di approvvigionamento deve essere trasformato in fronte d&amp;rsquo;assalto, rivolto alla nuova frontiera.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;Fortificazioni e poteri&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;I committenti delle fortificazioni sono numerosi e diversificati dal punto di vista istituzionale: se alcuni luoghi forti &amp;ndash; pochi, peraltro &amp;ndash; vedono riconosciuto un interesse &amp;ldquo;statale&amp;rdquo; (in un&amp;rsquo;accezione ampia del termine, estesa ai principati territoriali trecenteschi), molte architetture fortificate medievali sono &lt;b&gt;espressione di poteri signorili locali&lt;/b&gt;, laici ed ecclesiastici, che operano secondo logiche familiari o all&amp;rsquo;interno di patrimoni fondiari e immobiliari dispersi su territori discontinui.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Caseforti, case-torri e castelli&lt;/b&gt; hanno essenzialmente un ruolo di organizzazione di attività rurali e di residenza: la &amp;ldquo;veste&amp;rdquo; fortificata con merli, caditoie e torri è sovente un pretesto di ostentazione di prerogative giurisdizionali (possedute o desiderate), espresse secondo un codice linguistico belli- coso, che prolunga il mondo cavalleresco fino alla piena età moderna, senza che sia accompagnato da un adeguamento delle difese alle nuove tecniche ossidionali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/casaforte.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Chianocco, Casaforte.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A fronte di &lt;b&gt;una proliferazione di architetture fortificate&lt;/b&gt; tra il Duecento e il Trecento &amp;ndash; apogeo della progettualità politica e militare di numerose famiglie nobiliari &amp;ndash; riscontriamo in età moderna una forte riduzione numerica dei presidi fortificati (sostanzialmente Avigliana, allo sbocco in pianura, Susa ed Exilles a ridosso del confine, sulle due parti contrapposte).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se le modeste fortificazioni rurali medievali possono essere considerate espressione del territorio che devono organizzare (sfruttandone la morfologia e i materiali edilizi, per esempio), viceversa &lt;b&gt;le fortificazioni moderne&lt;/b&gt; aspirano a ridisegnare il territorio stesso, &amp;ldquo;piegandolo&amp;rdquo; anche fisicamente alle esigenze dello stato assoluto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ad &lt;b&gt;Avigliana&lt;/b&gt; nel 1630 si tenta di sbarrare il fondovalle mediante un sistema di canali predisposto &lt;span&gt;all&amp;rsquo;&lt;/span&gt;&lt;b&gt;allagamento della piana antistante il forte&lt;/b&gt;; a &lt;b&gt;Susa&lt;/b&gt; il forte della Brunetta è sostanzialmente costruito &amp;ldquo;in negativo&amp;rdquo;, scavando la roccia; il poggio di &lt;b&gt;Exilles&lt;/b&gt; viene più volte ridisegnato, con una sequenza di costruzioni e demolizioni radicali, e deve essere letto in un quadro di &amp;ldquo;fortificazione globale&amp;rdquo; del territorio, dal fondovalle ai crinali e alle valli adiacenti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&amp;rsquo;approvvigionamento delle guarnigioni, l&amp;rsquo;estrazione di materiali edilizi, il taglio di strade adatte al trasporto di cannoni, l&amp;rsquo;uso delle risorse forestali per i cantieri e per la produzione di energia, la deviazione della rete idrografica: dal Settecento in poi &lt;b&gt;la fortificazione del territorio ha ridisegnato il paesaggio montano&lt;/b&gt;, fino a renderlo totalmente antropizzato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ancora &lt;b&gt;le opere di tardo Ottocento&lt;/b&gt; &amp;ndash; periodo di tensione tra l&amp;rsquo;Italia, nella Triplice Alleanza, e la Francia, sui fronti opposti dello scacchiere europeo fino alla Prima Guerra Mondiale &amp;ndash; e il cosiddetto &lt;b&gt;&amp;ldquo;Vallo Alpino&amp;rdquo;&lt;/b&gt; del periodo tra le due guerre (premessa di quell&amp;rsquo;attacco alla Francia maldestramente tentato dal regime fascista nel 1940) hanno ulteriormente riconfigurato non solo la fascia di confine alpina (si pensi al &lt;b&gt;forte dello Chaberton&lt;/b&gt; o al sistema del &lt;b&gt;Moncenisio&lt;/b&gt;), ma l&amp;rsquo;intero retroterra vallivo con finalità logistiche (strade militari, depositi e caserme).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sotto il manto di rinaturalizzazione, dovuto allo spopolamento alpino recente, restano le tracce di un territorio militarizzato, con opere in terra, in pietra e in calcestruzzo armato, il cui abbandono è anche una delle cause del dissesto idrogeologico alpino.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;I castelli delle autorità centrali&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Susa e Avigliana&lt;/b&gt; conservano attraverso il Medioevo e l&amp;rsquo;età moderna un indiscusso primato architettonico, le cui ragioni risiedono nella natura pubblica del loro ruolo: il retaggio delle istituzioni arduiniche &amp;ndash; derivate dall&amp;rsquo;autorità imperiale altomedievale &amp;ndash; rende i due luoghi perni politici, prima ancora che militari, dello spazio politico sabaudo nella sua lenta costruzione al di qua delle Alpi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In particolare, &lt;b&gt;il castello di Susa&lt;/b&gt; nell&amp;rsquo;immaginario resta ancora legato alla comitissa Adelaide, ul- tima discendente dei marchesi arduinici di Torino (morì nel 1091) che, sposando in terze nozze Oddone di Savoia (1045 circa), per prima realizza l&amp;rsquo;unificazione dei due versanti del Moncenisio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La cinta urbana della &lt;i&gt;Segusio&lt;/i&gt; romanizzata è riferibile agli anni a cavallo tra il III e il IV secolo, nel quadro di una ridefinizione delle strategie di controllo territoriale di un impero ormai in evidente difficoltà, ed è oggetto di manutenzione per tutto il Medioevo. Le prime fortificazioni sull&amp;rsquo;altura del &lt;i&gt;castrum&lt;/i&gt; (cortina muraria articolata da torri cilindriche) sono dunque attribuibili alla fase tardoantica, o possono essere riferite a un&amp;rsquo;ulteriore fase teodoriciana.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&amp;rsquo;attuale edificio principale del castello, sebbene radicalmente riplasmato in età moderna, presenta consistenti tracce murarie del &lt;i&gt;palacium&lt;/i&gt; medievale (riferibili, per analogie formali delle bifore, all&amp;rsquo;XI secolo stesso) e conserva l&amp;rsquo;accesso bassomedievale dalla città, con il sistema di difesa trecentesco.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/castello%20adelaide.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Susa, Castello.&lt;/h6&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;Il &lt;b&gt;castello di Avigliana&lt;/b&gt; è conservato allo stato di rudere, così come lasciato dopo lo smantellamento sistematico operato dai francesi nel 1690, ma recenti indagini archeologiche hanno portato nuova luce sul sito.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&amp;rsquo;importanza di Avigliana deriva dalla sua origine di &lt;i&gt;curtis&lt;/i&gt; regia &amp;ndash; ossia centro di aggregazione politico, sociale ed economico &amp;ndash; controllata da funzionari pubblici (marchesi di Torino) cui succedono i conti di Savoia, contrastati dal vescovo di Torino. Dal 1176 sono attestati i castellani sabaudi, ossia gli amministratori del territorio per conto dell&amp;rsquo;apparato burocratico comitale, e Avigliana diventa l&amp;rsquo;avamposto delle ambizioni sabaude sul torinese.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Avigliana-Castello%202.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Avigliana, Castello.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una parte significativa dei proventi fiscali riscossi dai castellani è impiegata per &lt;b&gt;finanziare cantieri edilizi fortificatori&lt;/b&gt;, mentre nel Trecento il &lt;i&gt;castrum&lt;/i&gt; &amp;ndash; ormai diventato luogo interno al comitato e privo di rischi militari &amp;ndash; assume spiccati caratteri residenziali e rappresentativi. Gli scavi hanno individuato la base della torre quadrata, cui si affiancava una manica residenziale che terminava con una falsa torre cilindrica, i cui resti dominano ancora lo sperone roccioso orientale.&lt;/p&gt;
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&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/exilles1.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Exilles, Forte.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/torre%20oulx.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6&gt;Oulx, la Torre Delfinale.&lt;/h6&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Anche nella parte delfinale della Valle l&amp;rsquo;amministrazione del territorio è organizzata in castellanie: il &lt;b&gt;castello di Exilles&lt;/b&gt; dal XIII secolo è il principale centro fortificato dell&amp;rsquo;alta Valle. Le numerose ricostruzioni del forte moderno hanno &lt;b&gt;cancellato ogni traccia dell&amp;rsquo;edificio medievale&lt;/b&gt;, ben documentato tuttavia dall&amp;rsquo;iconografia storica: una torre maestra cilindrica dominava il recinto più interno del complesso, attorno a cui si sviluppavano una basse cour e un ulteriore terzo recinto esterno.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel quadro delle architetture dell&amp;rsquo;autorità centrale, si deve ricordare anche &lt;b&gt;la torre di Oulx&lt;/b&gt;, edificio con funzione di rappresentanza e centro di amministrazione della giustizia, realizzato attorno all&amp;rsquo;ultimo quarto del Trecento. Di grande interesse l&amp;rsquo;architettura dell&amp;rsquo;edificio, recentemente restaurato: nel fusto della torre sono riconoscibili le tracce del camino, delle aperture e degli adiacenti sedili, di accurato intaglio lapideo.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Testo e immagini sono tratti dalla guida&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;"Valle di Susa, Itinerari di Cultura e Natura Alpina",&lt;span&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span&gt;realizzata a cura del Progetto "Valle di Susa, Tesori di Arte e Cultura Alpina" nel 2010.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;h4&gt;Leggi anche: &lt;a href="https://www.laboratorioaltevalli.it/notizie/fortificazioni-in-valle-di-susa-2-dal-castrum-ai-forti-alla-moderna"&gt;FORTIFICAZIONI IN VALLE DI SUSA-2: DAL CASTRUM AI FORTI &amp;ldquo;ALLA MODERNA&amp;rdquo;&lt;/a&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;</description><pubDate>Thu, 10 Apr 2025 10:16:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/notizie/valle-di-susa-un-territorio-di-castelli-e-fortificazioni-1</guid></item><item><title>Rochemolles e le valanghe: nel 1931 morirono 21 alpini</title><link>https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/rochemolles-e-le-valanghe-nel-1931-durante-unesercitazione-morirono-21-alpini</link><description>&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;strong&gt;Rochemolles&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;fu comune autonomo fino al 1927, quando venne deciso l'accorpamento con Bardonecchia. Documenti storici ne attestano &lt;strong&gt;l'esistenza fin dal 1300&lt;/strong&gt;, ma la sua fondazione risalirebbe addirittura a tre secoli prima, durante l'occupazione della valle da parte dei Saraceni.&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;D'estate Rochemolles &amp;egrave; un grazioso borgo affacciato sull'omonimo torrente che concorre a formare la Dora di Bardonecchia, da cui si gode di una splendida vista sulle montagne circostanti. La frazione, raggiungibile percorrendo la provinciale che sale da Bardonecchia, &amp;egrave; nota anche per la chiesa del XIV secolo dedicata a &lt;strong&gt;San Pietro apostolo&lt;/strong&gt;, raffigurata su un francobollo emesso in occasione dei Giochi Olimpici invernali del 2006, e per il suggestivo &lt;strong&gt;lago artificiale&lt;/strong&gt;, che risale agli anni 30. L'invaso alimenta la centrale idroelettrica di Bardonecchia, con un dislivello di circa 600 metri.&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/19-05-03 Rochemolles - Maria Rita Brun_0.jpg" border="0" alt="Chiesa di San Pietro Apostolo a Rochemolles (Maria Rita Brun)" data-entity-type="file" data-entity-uuid="e6bff841-4d0e-4ee1-b229-1cdef0fb0ff9" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6 lang="zxx"&gt;Chiesa di San Pietro Apostolo a Rochemolles (Maria Rita Brun).&lt;/h6&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;Nella stagione invernale per&amp;ograve;, pur rimanendo inalterata la sua bellezza, la valle di Rochemolles &amp;egrave; stata teatro di ripetute slavine, che hanno causato numerosi morti. La storia ricorda una valanga che &lt;strong&gt;nell'inverno del 1706&lt;/strong&gt; distrusse buona parte del paese, ma la prima grande tragedia documentata risale al secolo scorso, e coinvolse &lt;strong&gt;un &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;gruppo di&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt; alpini&lt;/strong&gt;, il battaglione Fenestrelle, &lt;strong&gt;impegnato in un'esercitazione&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;blockquote&gt;
&lt;h4 lang="zxx"&gt;&lt;strong&gt;SCOPRI DI PI&amp;Ugrave;: &lt;a href="/natura-ed-escursionismo/la-valle-di-rochemolles"&gt;La Valle di Rochemolles&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/h4&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;Nel &lt;strong&gt;gennaio 1931&lt;/strong&gt; la temperatura era particolarmente mite: &lt;strong&gt;20 gradi il 24 gennaio&lt;/strong&gt; erano infatti piuttosto insoliti per il calendario invernale. La testa del battaglione si era inerpicata fino al rifugio Scarfiotti, a oltre 2 mila metri, quando improvvisamente si registr&amp;ograve; un brusco calo della temperatura, che abbass&amp;ograve; la colonnina di mercurio di 15 gradi: dabbasso cadeva la pioggia, in quota imperversava una fitta nevicata.&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;Alle truppe pi&amp;ugrave; a valle venne impartito l'ordine di fare ritorno alla base, ma le staffette che cercarono di salire per avvisare il reparto avanzato, ostacolate dal maltempo, non riuscirono a raggiungerlo. Il battaglione fu quindi diviso in due, e chi era a monte rest&amp;ograve; senza rifornimenti e senza collegamenti. Molti uomini dovettero passare la notte al freddo, perch&amp;egrave; il rifugio non era abbastanza grande per ospitare tutti i soldati.&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Conca dello Scarfiotti.jpg" border="0" alt="Rifugio Scarfiotti" data-entity-type="file" data-entity-uuid="3ddb5cbe-389f-4a07-9e62-5c3bd061c221" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6 lang="zxx"&gt;La conca del Rifugio Scarfiotti.&lt;/h6&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;La mattina del 26 gennaio il maggiore Piccato decise di far rientrare il reparto, scendendo lungo il versante sinistro della valle. Mancava un quarto d'ora alle 11: dal versante destro &lt;strong&gt;si stacc&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&amp;ograve; improvvisamente &lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;una valanga&lt;/strong&gt; con un fronte di 400 metri, che precipit&amp;ograve; risalendo di un centinaio di metri sul versante opposto.&lt;/p&gt;
&lt;div class="row mce-row-enhanced"&gt;
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&lt;p&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/-2025/Domenica%20del%20Corriere.jpg" border="0" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;div class="col-md-6 mce-col-enhanced"&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;Sotto quella coltre bianca rimasero alcuni alpini della testa della colonna. Nel frattempo, altre valanghe si staccarono rumorosamente dalla montagna, fortunatamente senza travolgere altri uomini.&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;L'intervento dei superstiti fu immediato e permise di trarre in salvo alcuni dei compagni. A quel punto il comando pass&amp;ograve; al capitano Lajolo, mentre il maggiore Piccato si impegnava a raggiungere la diga dove un reparto si stava muovendo a supporto del battaglione travolto.&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;Il meteo peggiorava rapidamente, assumendo le sembianze di una pericolosa tormenta. Le ricerche vennero cos&amp;igrave; interrotte, e gli alpini risalirono al rifugio Scarfiotti, trovando ad attenderli &lt;strong&gt;un'altra fredda notte.&lt;/strong&gt; Alle 7 del mattino del giorno dopo il capitano Lajolo decise di scendere nuovamente a valle sempre sul versante sinistro del vallone, ormai quasi del tutto ripulito.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;Poco oltre la zona risultata fatale il giorno precedente, per&amp;ograve;, &lt;strong&gt;una nuova slavina&lt;/strong&gt; si abbatt&amp;egrave; sulla colonna, seppellendo una quarantina di alpini: trenta di essi vennero estratti vivi, ma altri non furono altrettanto fortunati. La duplice valanga del gennaio 1931 lasci&amp;ograve; sul campo 21 morti, ricordati da &lt;strong&gt;una targa in bronzo posta a Grange Picreux&lt;/strong&gt;, che li raffigura durante la loro marcia.&lt;/p&gt;
&lt;p class="text-align-center" style="text-align: center;"&gt;&lt;iframe width="560" height="315" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen="allowfullscreen" frameborder="0" src="https://www.youtube.com/embed/h_moAb74Yyk"&gt;&lt;/iframe&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6 class="text-align-center" lang="zxx" style="text-align: center;"&gt;In questo video dell'Istituto Luce il principe Umberto assiste ai funerali degli alpini.&lt;/h6&gt;
&lt;p class="text-align-center" lang="zxx"&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;Trent'anni dopo, domenica &lt;strong&gt;5 febbraio 1961&lt;/strong&gt;, una valanga staccatasi dal Coin, a quota 1900 metri, distrusse una ventina di abitazioni di Rochemolles, provocando 4 morti e numerosi feriti, e nel &lt;strong&gt;gennaio 2018&lt;/strong&gt;, una slavina sulla provinciale 235 ha temporaneamente isolato il paese, danneggiando lievemente una casa senza provocare feriti. Nel frattempo si era comunque proceduto a costruire una struttura paravalanghe a monte del paese a protezione delle abitazioni.&lt;/p&gt;
&lt;p lang="zxx"&gt;&lt;img class="img-fluid" src="/Media/AlteValli/inline-images/Valanga 2018 foto Arpa Piemonte.jpg" border="0" alt="Rochemolles, la valanga del 2018 (Arpa Piemonte)" data-entity-type="file" data-entity-uuid="15966653-7f46-40fa-85f4-a814977d9d07" /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;h6 lang="zxx"&gt;La valanga del gennaio 2018, che ha sfiorato l'abitato della frazione (foto di Arpa Piemonte).&lt;/h6&gt;</description><pubDate>Tue, 08 Apr 2025 13:01:00 GMT</pubDate><guid isPermaLink="true">https://www.laboratorioaltevalli.it:443/blog/un-po-di-storia/rochemolles-e-le-valanghe-nel-1931-durante-unesercitazione-morirono-21-alpini</guid></item></channel></rss>