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L’Abbazia dei Santi Pietro e Andrea di Novalesa fu fondata da Abbone il 30 gennaio 726, 1300 anni fa. Le vicende più antiche dell’abbazia sono documentate nel Cronichon Novalicense, ma un inaspettato collegamento tra Novalesa e Cumiana è svelato da un documento dell’810, minuziosamente studiato da Flavia Negro. e pubblicato nel 2011 nel libro "Cumiana medievale", curato da Alessandro Barbero.
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Una coppia di alamanni, Teutcario e la moglie Ricarda, immigrati a Cumiana, nell’810 decise di donare al monastero della Novalesa gli ampi possedimenti che Teutcario deteneva nel luogo. In quell’occasione venne redatta una pergamena, la cosiddetta donazione di Teutcario, che costituisce la prima citazione scritta del paese e degli abitanti di Cumiana: «Ego Teutcario alamanno qui sum abitator hic in finibus Taurina et in villa qui dicitur Quomoviana …».

Aprile 810, donazione di Teutcario.
Teutcario Alamanno fa donazione all’abbazia della Novalesa di quanto possiede in Cumiana, in case, edifizi e terre, da Montegrosso fino alla pietra dei Bicciati, per salute dell’anima sua e di Riccarda sua moglie. Questa pergamena offre l’esempio di un atto di giurisdizione privata. Dal punto di vista paleografico, questo documento è notevole per la bella minuscola tondo-romana e sotto l’aspetto storico, come ricordo della dominazione franca succeduta a quella longobarda. L’incipit recita infatti: «[…] regnantes domni nostro Carolo (Carlo Magno) et Pipino precellsi reges hic in etalia (Italia)»
una prevostura collegata con novalesa
Dopo la donazione, i monaci stabilirono una prevostura (piccolo centro monastico dipendente dall’abbazia) nel territorio di Cumiana. Questa prevostura rimase attiva fino al XIV secolo ed era probabilmente situata nell’area dove sorge oggi la chiesa di Santa Maria della Motta, dichiarata “antichissima” in un documento del 1407, ma completamente rifatta in età barocca, come conferma la pianta ellittica, la seconda più grande del Piemonte dopo il Santuario di Vicoforte.
Al IX secolo, epoca della donazione di Teutcario, risale il campanile della frazione Costa, che è quanto rimane di una chiesa antichissima, sostituita nel Settecento dall’attuale.

Immagine d’epoca del complesso di San Gervasio alla Costa di Cumiana.
Il campanile è fra i più antichi monumenti del Pinerolese. È quadrato, di forme romaniche semplicissime, aperto alla sommità da quattro monofore ad arco, in corrispondenza della cella campanaria. La chiesa e il campanile di San Gervasio sorgono in posizione elevata e distante dal centro della frazione Costa e potrebbero far pensare ad una struttura monastica medievale.
In queste normalmente erano presenti sia un piccolo cimitero che sepolture dei religiosi locali e talvolta tombe di benefattori o nobili legati al monastero. E a fianco della chiesa si apre appunto il cimitero, ritenuto fra i più antichi del Piemonte. Qui giunge la Stra’ dij mort, Strada dei morti, singolare percorso che nel passato avrebbe collegato la Val Susa al cimitero.

Abside della chiesa di San Gervasio, eretta nel Settecento.
Addossato alla chiesa è il cimitero attuale, probabilmente su quello paleocristiano, coevo del campanile protoromanico sopravvissuto e punto d’arrivo della Stra’ di Mort che lo collegava alla Abbazia di Novalesa.
Per questo sentiero – secondo la leggenda, poiché non esistono fonti documentarie – venivano trasportate le salme dei monaci novalicensi per avere una degna sepoltura, secondo l’ipotesi avanzata da Diego Priolo e Gian Vittorio Avondo in “Leggende e tradizioni del Pinerolese”, CDA, Pinerolo, 1998.
Le origini del percorso sono medievali, risalgono a prima dell’anno 1000, forse quando i Saraceni invasero la valle di Susa, devastando Oulx e Briançon e distruggendo nel 906 l’Abbazia di Novalesa.
Il cimitero di San Gervasio, uno dei primi cimiteri cristiani della zona, accolse le spoglie di Monaci e Nobili che qui vennero portati attraverso un lungo cammino che si snoda in quota. Se sia veramente accaduto, se sia stato un fatto episodico o parte di una mesta usanza consolidata non è dato sapere.

Stra’ di Mort
Tracciato approssimativo del lungo cammino che da Novalesa sale in quota all’alpe Toglie, a Piansignore e al Pian dell’Orso. Scende poi nella valle dell’Indiritto, attraversa la val Sangone e sale alla Colletta. Il sentiero, nel tratto cumianese, si snoda attraverso le località: Fiola, Bianchi, Canali Alti, Dagheri, Burdini, Canali Bassi, Cioccheria, Gonteri, Oreglia. Arriva ai Castelli della Costa per concludersi a San Gervasio. L’itinerario si sviluppa a mezzacosta e sembra ricalcare un tracciato utilizzato in tempi antichissimi, quando uomini e muli preferivano attraversare monti e valli più sicuri delle infide pianure.
una leggenda o una realtà storica?
La leggenda, o meglio l’ipotesi, della sepoltura dei monaci novalicensi alla Costa non è supportata da documenti diretti, ma la tradizione popolare di solito ha dei fondamenti storici e la dipendenza di Cumiana dall’Abbazia della Novalesa fin dall’810 è comprovata.
Lo studio della dottoressa Anna Maria Capozza Gambino (pubblicato nel 2017 su Storia e storie, rivista della Associazione storica cumianese Roch Üss), ritenendo poco probabile che i primi cristiani e poi i monaci novalicensi si sottoponessero a un percorso lungo e impervio per le loro sepolture, avanza un’ipotesi interessante, collegando il percorso alla rete di capisaldi longobardi pedemontani, di cui Cumiana faceva parte.
La denominazione di “Strada dei morti” risalirebbe al 774, alla famosa battaglia delle Chiuse, vinta da Carlo Magno sui longobardi guidati da Adelchi e Desiderio. In fuga con morti e feriti i longobardi sconfitti avrebbero cercato di ritornare alle loro case:
La leggenda della “strada dei morti” così come giunta sino a noi è da considerare “pro nihilo habenda” (priva di valore) affermerebbe Paolo Diacono; ha dell’inverosimile se ci si sofferma appena sul perché i primi cristiani della Valle di Susa, praticanti in segreto la nuova religione, volessero seppellire i loro morti nel lontano cimitero di Cumiana affrontando disagevoli sentieri di montagna ed esponendosi al rischio di essere scoperti, anche in piena notte.
Questa leggenda – che si fonda presumibilmente sull’esistenza in Cumiana di un luogo speciale di culto e di un annesso sacrale luogo di seppellimento dei defunti orientata opportunamente su dati reali quali potrebbero essere stati l’importanza del sito fin da epoca remota, la prossimità a stanziamenti militari in permanente assetto di guerra su ‘confini di stato’, l’immane disastro delle Chiuse cui avevano fatto seguito profondi rivolgimenti politici e sociali su scala europea, fornisce con naturalezza la probabile chiave di lettura di una tragedia di popolo impossibile da raccontare, con decine o centinaia di morti che dalla Valle di Susa “attraverso alla Colletta e alla Ciucria, si dirigevano nelle vicinanze dei Gonteri, oltrepassavano la borgata Vola e il Tussiot per giungere a S. Gervaso. “Ancor oggi precisa il Grosso questa specie di mulattiera è detta la “Strada dei morti”; e come tale si spera continui ad essere tramandata ai posteri, senza commistioni con le pur tradizionali “masche”. Il sentiero, tuttora praticabile, è indicato nei catasti come “strada vecchia di Giaveno”.
(cfr. il saggio integrale di Anna Maria Capozza, La “Strada dei morti”, da mito a possibile realtà, 2017)
Un nome che evoca fatti tragici, tante ipotesi, ma soprattutto un sentiero che esiste ancora e che, almeno in territorio cumianese, è dettagliatamente descritto dalla Sezione CAI locale. Piacevole e interessante percorrerlo oggi in serenità, sulle orme dei nostri antenati.
chi era San Gervasio?
I Santi Gervasio e Protasio, detti anche Gervaso e Protaso (II secolo; † III secolo) erano fratelli gemelli milanesi, venerati come martiri. Il padre Vitale morì a Ravenna, dove gli fu dedicata una splendida basilica. Pochissimo si sa della loro vita e del loro martirio (Gervasio flagellato, Protasio decapitato)
I loro corpi furono ritrovati il 17 giugno 386 nell’antica zona cimiteriale di Milano, per iniziativa del vescovo Ambrogio. Il 19 giugno Ambrogio consacrò ufficialmente la chiesa attualmente intitolata a lui, con l’elezione a santi di Gervasio e Protasio e con la deposizione delle loro reliquie in un grande loculo sotto l’altare della Basilica stessa, dove alla morte venne deposto anche Sant’Ambrogio. In seguito le salme vennero traslate in un’urna di porfido. La ricognizione del 1871 vi trovò 3 scheletri che furono attribuiti ad Ambrogio, Gervasio e Protasio e ricollocati nel 1874 in una nuova preziosa teca.

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